La meccanica della sopravvivenza.

Questo articolo è stato copioincollato dal mio vecchio blog ufficiale “ColoranteRossoSangue”.
Ci tengo particolarmente.

Io ho paura della morte. Che novità, ce l’hanno tutti.
Ricordo ancora la sera che capii che tutto quello che avrei fatto in vita non sarebbe servito a nulla. Era la sera del 23 Settembre del 2011.
Perchè mai, dico io, proprio quella sera? Forse guardando negli occhi di mia madre, festeggiata, al compimento dei suoi 42 anni, avevo visto il tempo avanzare pesante? O forse perchè ero il più giovane, a quella festa, io, 21enne grasso e privo di personalità, e pensavo a quanto tempo stessi perdendo nella mia vita, di fronte a quel tempo inesorabile?

No. La verità è che mi ero lasciato con la mia ragazza dell’epoca, e per la prima volta nella mia vita mi sentivo Solo. C’eravamo io, il tempo e la morte, alla fine del viaggio. Non c’era nient’altro. Ricordo ancora che chiamai il mio migliore amico in preda al panico, ponendogli domande tanto banali quanto importanti.
“Che succede poi? A cosa serve tutto quello che sto facendo ora? E dopo? I ricordi, i sentimenti, i brividi, le lacrime? Va tutto via? Nel nulla cosmico? Io amo troppo la vita, ed è tutto troppo perfetto per non avere senso. Ho paura.”
Ricordo che passai la serata in macchina, a guardare il panico salire intorno agli occhi, ai miei gemiti graffiare mentre il panico di una fine correva lungo la schiena, attraversando i polmoni, il cuore, ed infine l’anima.

A due anni di distanza ho meno crisi di panico, nonostante queste ritornino in gran carriera tutte le notti. Ed è in questi due anni che ho riflettuto su questo.

Durante la mia prima visione di “Midnight in Paris” di Allen, una scena, in particolare, mi fece fare quello che voi tutti chiamate “tuffo al cuore”, mentre io lo chiamo possibile infarto. Hemingway, interpretato magistralmente da Corey Stoll, recita testualmente: “Io penso che l’amore vero, potente, crei una tregua con la morte. La vigliaccheria deriva dal non amare o dall’amare male, che è la stessa cosa. E quando un uomo che è vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia come certi cacciatori di rinoceronti, o come Belmonte, che è davvero coraggioso, è perchè ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente. Finchè Lei non ritorna, come fa con tutti. E allora bisogna far bene di nuovo l’amore.

 

 Allora ho atteso il momento fatidico in cui quella passione mi avrebbe travolto, mentre il nero della pesantezza dell’esistenza continuava ad attanagliarmi la gola.
Poi ho letto Ammaniti.

 “E’ come se Dio avesse tolto a tutti gli uomini l’anestetico che ti permette di vivere senza soffrire e di divertirti, di campare in santa pace. Sai quella storia che si raccontava delle endorfine che vengono prodotte dal nostro cervello per farci stare meglio? Ho capito che la carne, le cellule, il sangue stesso soffre per esistere e che Dio aveva infuso sostanze anestetiche che ora ci ha tolto.”

Apocalisse, Niccolò Ammaniti, Il Momento è Delicato

 

Il messaggio è identico. Non c’è via di fuga, e questo è un problema, perchè amo talmente tanto la vita da non poterlo accettare.

 E poi è successo. Mi sono innamorato senza essere scelto, senza prendere con leggerezza l’idea stessa di rapporto.
Ed Hemingway aveva ragione. Su tutto.
L’immortalità è amare in quel frangente qualcuno con quella potenza tanto divinizzata da poeti e scrittori.
In conclusione quello che vorrei consigliare, a chiunque, è  di attendere.
Attendere.
E niente, non è un articolo, è uno sfogo. Spero vi ci ritroviate.
 

“Ah, non ti ho detto che ogni battito del cuore è una fitta che mi strappa un sottile lamento.”

 
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