Confini – Alberto Lettieri

Leggendo un qualsiasi romanzo, ognuno di noi trasporta i propri ricordi nelle descrizioni di ogni singolo autore.
Nessuno se ne rende conto, ma tutti lo facciamo.
Ad esempio, se descrivessi una casa di campagna, con i mattoncini bianchi accatastati accanto all’edificio, uno sopra l’altro, voi potreste magari immaginare un sobborgo delle colline laziali, o la casa della nonna dove l’estate passavate molto tempo.
Insomma, noi forniamo il cuore allo scheletro. La forma.
Non pensavo che però i cuori dei nostri sogni potessero battere più forte della realtà.
Questo è successo, qualche settimana fa. Il mio cuore fittizio è diventato più forte di quello reale. E non ho potuto fare a meno di respirare quell’aria nuova, a pieni polmoni.
E’ iniziato tutto quando il mio editore, dopo quasi un anno di attesa, mi intimò di finire il libro entro 5 mesi.
Eravamo in Marzo e quindi il tempo non prometteva stabilità, tantomeno la mia vita.
Per evitare una qualsiasi propensione al distrarmi, decisi di partire, spostando la mia carcassa dalla maligna città alla maestosa montagna.
Mi piazzai, per grazia divina o meno, in un casolare situato esattamente tra la valle e le colline circostanti a Paestum, in Campania.
Il mio “palco” privato era un edificio uguale ad ogni altro rudere abbandonato da anni: costruito in salita, su una radura stepposa che un tempo sicuramente era un meraviglioso prato verde, un pozzo per l’acqua potabile collegato ad una cisterna arrugginita, una porta logorata dal tempo e dalle piogge invernali.
Non era esattamente ciò che cercavo per comporre la parte finale del mio libro, ma non ci pensai due volte a piazzarmici.
La casa era arredata con mobili impolverati e vecchi di mezzo secolo, quindi dovetti ricominciare a pulire l’intero appartamento per potermi sentire a mio agio senza che qualche strano essere nato dalla polvere, potesse azzannarmi improvvisamente.
L’appartamento era costituito da due saloni, una camera da letto, bagno e balcone, un balcone enorme, che si affacciava sull’immensa vallata che si contrapponeva tra me e il mare.
Un flebile sole schiariva le coltri mattutine di foschia, creando un’atmosfera similmente spettrale.
Fu proprio questo a darmi l’ispirazione necessaria per continuare a scrivere.
Presi il mio libro e continuai a scrivere.

 “Quando il cielo muore in mare” – Capitolo 16

“..quando poi mi trovai di fronte al mare, sospirai leggermente, e chiusi gli occhi. Feci esattamente ciò che mi aveva suggerito Cosmina. Chiusi gli occhi e immaginai il Suo ritorno.
Dentro le mie pupille avvenne qualcosa. Qualcosa di meraviglioso. Una luce accecante, che a contatto con la mia pelle aveva dato al bianco mille sfumature blu e rosa, aveva fatto irruzione davanti alle mie idee.
Venni catapultato a terra, strusciando sulla sabbia per qualche metro, finché non mi ritrovai con la testa frastornata, fissando il mare.
Riuscii solamente in quel momento a respirare, perchè dinanzi a me, Cosmina era apparsa in tutta la sua bellezza..”
Nelle ore successive, scrissi altre quattro pagine in cui descrissi Cosmina e la conversazione che il protagonista ebbe con lei.
Ero partito con una velocità incredibile, e poco e niente mi avrebbe fermato.
Ma in quel poco e niente, non rientravano i miei problemi fisici.
Soffro di aritmia da quando avevo 23 anni. Da quando mio padre decise che fosse meglio buttarmi fuori di casa, al freddo, d’inverno, perchè volevo fare lo scrittore invece che l’elettricista.
L’aritmia cardiaca è un’irregolarità del battito del cuore, che batte troppo lentamente, troppo velocemente o comunque in modo irregolare.
Quella notte rimasi sveglio e al freddo sotto l’Isola Tiberina, e non dormii nemmeno le seguenti cinque notti.
Poi corsi all’ospedale, quando sentii il mio cuore fare il salto più lungo della gamba.
Palpitazioni, dolori lancinanti, pulsazioni forti, tremolio dell’anima.
Sentirsi come se il cuore non battesse. Ecco come ci si sente quando il cuore decide di non seguirti.10609707_10203078892908537_15331851926539452_n
Sentirsi come cadere in un sogno e svegliarsi di botto. Ecco come ci si sente quando si è soli.
Quando ti rendi conto che non esisti, e niente intorno a te vale la compagnia di una vita intera.
Quando muori, morire in solitudine è la soluzione più ottimistica che c’è.
Il problema è che non molli e corri verso te stesso, non ti lasci andare e ti leghi l’anima al dito.
Ed è lì che diventi grande.
Ma io, grande, non lo sono diventato per gli altri.
Io sono il mio eroe. Ed è questo che ho fatto, papà. Ho scritto.

“Quando il cielo muore in mare” – Capitolo 17

“..le chiesi perchè la sua presenza faceva morire e rinascere il mio cuore, e lei mi rispose che è così che ci si sente, quando si ama.”

Mi risvegliai sul letto, stranamente riposato, dopo aver sentito il petto esplodere durante la notte.
Pensai al mare e a quello che avevo scritto.
“Ho voglia di sdraiarmi e sognare” pensai, e così feci.
Presi la macchina, e la strada che scendeva per Albanella, un paesino vicino al casolare, mi condusse fino al litorale
napoletano.
Una volta lì, mi lanciai letteralmente sulla sabbia con un asciugamano, e cercai di non pensare a nulla.
Chiusi gli occhi alla ricerca di un pensiero, un po’ come un pescatore quando lancia l’amo.
Pensai alla sensazione meravigliosa che si prova nello sfiorare la pelle granulosa della sabbia, proprio come faceva Ameliè nel suo favoloso mondo.
Lì avvenne tutto. D’un tratto.
Si fece tutto bianco e due occhi profondamente belli apparvero proprio dinanzi a me.
Senza preamboli o particolari sotterfugi.
Una ragazza, splendidamente terrena, mi sorrise di fronte.
Sembrava inizialmente vestita di stracci, neri, lunghi, come appoggiati alla sua pelle bianca e fina.
Poi mi accorsi della composizione del vestito, e mi resi conto stupidamente tardi che si trattava di un vestito cerimoniale, appartenente a non so quale celebrazione.
Ripetendomi, ero rimasto ammaliato da quel sorriso incandescente, unico aggettivo per descriverlo, ma non avevo ancora aperto bocca.
I miei occhi finirono per fondersi con l’amore puro e liquido che emanavano i suoi. Cielo.
Continuando a rimanere esterrefatto, lei decise di piazzarsi proprio accanto a me, continuando a sorridermi.
Non era possibile, avanti.
Quanta possibilità c’era che potesse accadere?
O ancora, chi crederebbe mai a quello che sto per dirvi?
“Sto male” dico “ho bisogno di uno psichiatra”
“Nessun dottore, è tutto normale.”
Cosmina.

Fu come baciare l’aria.
Soave, leggero.
Tanto reale quanto inimmaginabile.
Mi trascinò via con se, in un mondo dove tutto è lei, e lei è esattamente il tutto.

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