Terzo tempo e minuti di recupero: calcio e rugby a confronto.

Oggi vi introduco un’intervista diversa, una di quelle faceto face come Le Iene, senza Mediaset e senza cravatte. Goffredo Baiardo ( rugbista dell’Arvalia Villa Pamphili) e Matteo Bargelli (libero della Montello Volley ed ex terzino) non si conoscono, ma le loro voci si trovano, oggi, a doversi confrontare sul loro campo: calcio e rugby, due mondi a confronto.

Ciao ragazzi, ben trovati.
Purtroppo per voi non vi farò mai domande del tipo “che cos’è il calcio per voi?” perché non mi va di farvi perdere tempo. Quindi passo direttamente ai fatti.

Perché il calcio e non il rugby e viceversa: cosa ti ha fatto scegliere uno e non l’altro.
Goffredo: Ho iniziato rugby da piccolo, all’età di 9 anni, sotto consiglio di un amico dei miei genitori che, nel vedermi 11025619_10206064999295159_1324626213_oabbastanza grosso fisicamente, li ha convinti a farmi intraprendere questa strada. Poi da allora non ho più smesso, 14 anni di onorata carriera in campo!
M: Io, in primis, ho scelto il rugby per seguire le orme di papà. Quando mi sono rotto una spalla ho cambiato per provare a fare un altro sport.

La polemica sterile che va avanti da anni è quella della differenza culturale tra i due sport: come affrontate questo confronto diretto?

G: La polemica è molto blanda in realtà, ho molti amici che guardano ossessivamente le partite di calcio ma che comunque non disdegnano quelle dell’Italia al 6 Nazioni. O per lo meno, si interessano e la vanno a vedere all’Olimpico quando ci sono (anche conoscendo già il risultato..). Per il resto c’è sempre quel fattore sul fatto del contatto: chi gioca a rugby (parlo sempre per esperienza personale) è più incline a prendere in giro chi definisce il calcio uno sport di contatto.. e anche l’ambiente che si è creato intorno (violenze negli stadi, partite truccate) non ha aiutato a cambiare idea su questo sport che è peggiorato notevolmente negli anni.
M: Non so a cosa ti riferisci.. per differenza culturale la differenza più grande è che nel rugby lo sfogo è diretto, “sul campo”. Nel pallone lo sfogo è spesso limitato alle partite e magari la frustrazione prende il sopravvento.
Come spiegate che in entrambi gli sport abbiamo attraversato la “generazione dei fenomeni” ma in uno abbiamo dominato mentre nell’altro siamo rimasti più o meno allo stesso livello?

G: La cultura del rugby in Italia è arrivata più tardi, la giocavano in pochi e non si sono potuti trovare questi “grandi fenomeni”. Nel calcio è stato diverso, basta pensare al luogo comune che tutti, da piccoli, lo praticano: è semplice e facile da giocare ed è pure divertente (tant’è che quando vai al parco con gli amici si organizzano partite di calcetto, non di rugby.. è più impegnativo). Fondamentalmente questo: uno è stato sempre praticato quando già in altri paesi (Inghilterra, Francia, Nuova Zelanda) era sport nazionale; ora con la nostra generazione è più giocato rispetto a 20 anni fa, la differenza si vedrà tra non molto tempo. Si noterà nella nazionale quando persone che hanno più di 30 anni smetteranno per lasciare spazio a giovani promettenti (e ce ne sono).
M: La generazione di fenomeni, ahimè, nel rugby credo che non ci sia mai stata e questo penso sia un problema di “bacino d’utenza” che nel calcio domina incontrastato.

Terzo tempo a livello professionistico (perché una birra tra amici la si fa sempre a fine partita): perché sì nel rugby e non nel calcio?

G: Il terzo tempo è tradizione nel rugby. Dopotutto le “botte” che uno si da in campo.. restano lì, nel campo da gioco. Questo insegnano le prime volte, quando cominci a giocare, e per questo motivo poi finita la partita ti mandano a mangiare 27886_1391447399116_4226968_ned a bere insieme ai tuoi avversari. Sarebbe bella in ogni sport una “ricreazione” del genere, ti insegna a rispettare ed a conoscere l’avversario dopo la partita, perché altrimenti (per come lo vedo io) va a finire che identifichi l’avversario come un nemico. È questa la nobiltà del rugby: tanto sangue in campo ma fuori siamo tutti amici.
M: Nel calcio la competizione è più accesa, si lotta per essere il più forte di tutti. Nel rugby si è operai della squadra, le “prime donne” sono più rare. Il punto è che vai d’accordo con chi reputi un tuo pari più che un tuo “avversario”.

Eroi ed antieroi: chi, in entrambi gli sport, stimate ed odiate e perché?
G: Eroi nel rugby : Jean de Villiers, capitano del Sudafrica. Grande sportivo e soprattutto onorevole in campo, in quanto ha sempre dimostrato di essere un guerriero in partita, ma anche un disciplinato giocatore. Anti-eroe lo è Karmichael Hunt, neo 3/4 dei Reds che è stato fermato per possesso di cocaina. Non lo sopporto per questo, viene da un passato da giocatore di football australiano e da rugbista a 13. Insomma, un vero sportivo non può cadere in errori del genere. È stupido. Nel calcio non ho eroi o anti-eroi, non lo seguo per niente e non so pregi e difetti di nessuno. Potrei parlare di simpatia o antipatia ma non di altro.
M: Eroi nel calcio direi la nazionale del 2006 per ovvi motivi. In generale per me l’anti-eroe è chiunque pratichi questo sport con la violenza e l’odio verso l’avversario. Nel rugby non conosco tanti eroi ma mio padre è il primo, solo per esserci arrivato. Per l’anti-eroe non saprei scegliere perché non conosco nessuno che potrebbe meritarselo.

Ultima domanda: in un confronto diretto, sommando le vostre prestazioni sportive, chi vincerebbe in una sfida secca?

G: Sicuramente in uno scontro diretto di rugby vincerei io, ma in una partita a calcetto mi farebbe solo buste. Ognuno il suo sport!

M: (risata) ..probabilmente il rugbista per abbandono della squadra avversaria dopo il primo placcaggio.

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