Author: albertolettieri

Alberto Lettieri nasce a Tivoli, nel 1990. Dopo inutili anni di ITIS e di scuola alberghiera, si iscrive alla Sapienza di Roma, dove segue il corso di Arti e Scienze dello Spettacolo. Rincorre il sogno di scrivere e pubblicare da sempre, e ci prova con la raccolta di racconti sul non più esistente blog Colorante Rosso Sangue. Successivamente scopre la NativiDigitaliEdizioni ed inizia una collaborazione per la pubblicazione del suo primo romanzo Pam, con cui raggiunge la finale di “Sanremo Writers 2015” piazzandosi secondo. Ha pubblicato inoltre un racconto breve nell’antologia “Musica in.. Lettere!” intitolato See You Soon, e un racconto breve nella raccolta “I racconti di Cultora” intitolato Mezzanotte a Viale Regina Margherita. Nel Dicembre del 2015 pubblica il romanzo distopico “Colorante Rosso Sangue”, suo secondo libro, con la Casa Editrice Montecovello. Pubblicazioni: “Pam”, Nativi Digitali Edizioni, 2013 “See You Soon”, racconto breve in “Musica in.. Lettere!”, Nativi Digitali Edizioni 2014 “Mezzanotte a Viale Regina Margherita”, racconto breve in “I racconti di Cultora”, Historica Edizioni, 2015 “Colorante Rosso Sangue”, Montecovello, 2015 Facebook: Alberto Lettieri Twitter: @ColoranteRosso Sito ufficiale: www.albertolettieri.wordpress.com

La mossa “Kansas City”

Roma, Italia, Novembre 2012

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“Professore.. non credo di poter più seguire il corso”
Tu ci metti una vita, a formare uno studente, a plasmarlo. Gli crei le basi, gli costruisci un futuro. Lo fai soffrire un po’ – come è giusto che sia – ma gli dai delle enormi gratificazioni, le stesse che lui dà a te ogni volta che conclude un compito impeccabilmente.
Poi, il tuo paese, decide che lo stesso studente per cui tu hai impegnato anni interi nella sua formazione culturale e lavorativa, non può più seguire il tuo corso perché l’Università, per qualche minuto di ritardo nel pagamento della tassa d’iscrizione alla magistrale, ti raddoppia il costo della mora.
E anni di lavoro mandati a puttane.
“E ora come si fa?”
“Prof, mi capisca, so’ parecchi soldi e le soluzioni so’ poche: o trovo un lavoro che mi permetta de resta’ qui a Roma, o sarò costretto a torna’ a Latina, dai miei..”
“A fare il fruttivendolo?”
“Beh è ‘n lavoro..”
“Anche la ricerca lo è”
“Ma non è pagata..”
“Lo sarà! Te lo assicuro!”
“Sì ma non ora!” sbotta infine.
Mario ha 31 anni e vive a Roma da 7. L’ho formato io. Solo ed esclusivamente io. Non posso perdere uno studente in questo modo. Non me lo posso permettere! Di studiosi di qualità ne capiteranno 2 o 3 in tutta la vita di un ricercatore.. non lo accetto!
“Te la trovo io una soluzione Mario, non ti stare a preoccupare..”
“Professo’ certo che invece mi preoccupo! Il problema principale di questa situazione è già dalla prossima settimana non saprò minimamente dove dormire!”
“Tu vai.. ci aggiorniamo domani. Fidati di me!”
Quando sono sotto pressione non lavoro mai bene, non allontano la gente per scortesia.
Purtroppo però lui la vede come una mancanza di rispetto, e offeso, si avvia fuori dall’aula.
Mi lascio andare sulla sedia e la sciatica mi ricorda che devo riposare ogni tanto.
Rimetto il computer nella valigetta e torno a casa, sconsolato.

È nell’assurdo, nello straordinario, che si cela ogni soluzione.

La Juventus di Conte, l’invincibile vecchia signora, sta vincendo ovunque. Sono due anni che è così. È non solo inarrestabile, ma anche umile. E tutto questo è insopportabile per ogni altro tifoso di ogni altra squadra del paese.
In tutto questo, io e la mia eterna consorte – una weiss – siamo seduti a vedere la partita e lo scenario sembra il solito: rigore per la Juventus al primo minuto. L’Inter sembra inerme e Arturo Vidal porta in vantaggio la capolista. Non si prospetta una grande serata, e quindi appoggio la mia mezza Franziskaner in frigo e inizio a lavorare ad un testo di un laureando. Fa schifo. Credo proprio che gli chiederò di rinviare la laurea di un mese.
Quanto vi fa incazzare un professore così, eh? A parte le battute, farà anche schifo, ma non lo costringo a rinviare il momento più alto della sua vita – anche se molti dei miei colleghi lo fanno, spesso e volentieri – per la bruttezza di un’opera che nessuno leggerà.
Mi siedo di nuovo e cambio canale. Stanno facendo Slevin – Patto Criminale, con Josh Hartnett e Bruce Willis.
C’è la scena iniziale, in cui un burbero Bruce sta spiegando ad un attoruncolo da strapazzo cosa sia la “Mossa Kansas City”.
Mentre tutti guardano a destra, tu vai a sinistra..
Poi, all’improvviso, sento un boato. Tutti, contemporaneamente, nel mio palazzo, indistintamente dalla provenienza o dal tifo, lanciano grida di gaudio forsennato. Poi penso all’Inter.
Penso che non si tratta più di un tifo contro un altro, ma di un vero e proprio accanimento di tutte le tifoserie italiane contro la Juventus.
C’è una sorta di enorme romanticismo dietro il calcio in sé. Ve ne racconto un esempio: durante Tottenham-Besiktas, una partita di Europa League, all’improvviso le luci dello stadio si sono spente tutte. Salta la corrente. Allora tutti – tutti, senza nessuno escluso – i tifosi accendono accendini e cellulari, creando così una flebile luce che illumina il campo, come a dire “Noi ci siamo, vogliamo vedervi giocare”. Un’enorme coltre di luci. Questo è romanticismo puro.
Nel frattempo, Milito fa sognare l’Inter, ma a me non interessa. Sono stato incuriosito dalla portata del boato. Troppo rumoroso per essere un semplice urlo di un tifoso che mi abita vicino. E poi, abitando al primo piano di un palazzo fatto di cinque, non dovrei sentire tremare i vetri per delle urla.
Mi affaccio, quindi, dalla finestra: tutte le finestre dei palazzi circostanti sono chiuse o serrate, illuminate a puntini dalle luci delle televisioni accese. Ogni romano sta guardando la televisione e sta gufando la Juventus.
Poi, davanti a me, un leggero velo di fumo mi entra negli occhi. Qualcosa sta bruciando!
Abbasso lo sguardo e noto un buco nella gioielleria al piano terra. Stanno facendo una rapina, come diavolo ho fatto a non accorgermi della bomba?
Noto i ladri uscire di corsa con sacchi e perle ovunque. Sembra una scena che potresti tranquillamente trovare in un fumetto di supereroi. Peccato non avere la calzamaglia, ma il pigiama.
Senza curarsi della mia presenza, li vedo spaesati nell’accorgersi che nemmeno l’allarme ha attirato nessuno. Sono tutti troppo concentrati a guardare la partita.
Mi irrigidisco quando dopo un’altra decina di minuti sento di nuovo urlare. Stavolta senza nessun rumore di sottofondo. Ancora Milito. Ancora l’Inter.
Poi rifletto.
E se..

“Mi dica professore”
Mario è nervoso, affranto. L’ho convocato con poco preavviso alle 9 di mattina in facoltà.
“Rapine”
Lui rimane in silenzio. Non capisce.
“..rapine?”
“Rapine, sì”
“Ma lei non dovrebbe, tipo, suggerirmi qualcosa di legale? Devo anna’ a ruba’!?” ride sarcastico.
“No, non tu. Noi.”
“Pure lei? Ma dai prof, ma le pare che me metto a fa’ le rapine co’ lei.. ma che è, sembra una barzelletta da De Sica..”
“Finanzio io” rispondo solenne.
Tiro fuori una busta bianca, una classica mimetizzazione di semplice carta da bollo. Dentro, però, ci sono 5000 €.
Di scatto, Mario si alza, impaurito. “E mo’ questi?! Che so’?!”
“Quello che ti serve per recuperare i materiali per farla”
Non sono mai stato così serio, e mi viene anche da ridere.
“Tutto quello che devi fare è farle in un momento in cui tutti sono distratti, così, mentre loro guardano a destra, tu sgusci a sinistra..”
“Ma che è, Slevin?”
“..no” rispondo imbarazzato.
“Professo’ me lo stavo a vede’ pure io.. so’ laziale, a me de’ Juve-Inter me frega poco..”
“Vabeh, in definitiva è questa l’idea: rapine durante le partite di Serie A. Concludiamo il ciclo a Capodanno. Così, durante i botti di fine anno, facciamo game over. Il tutto esaurito. Il gran finale”
Questa ultima parte della conversazione lo fa sedere.
“Pensaci: stai buttando all’aria tutto quello per cui hai lavorato, per cosa? Perché l’Università è esosa, spilorcia, attaccata ai soldi? E tu i soldi li prendi a loro! Non faremo nulla di cattivo, niente banche, niente gioiellerie: solo ed esclusivamente giustizia”
“Giustizia?”
“Sì, giustizia! Il segretario della facoltà era pronto ad inviarti un’e-mail nel momento stesso in cui non avresti più pagato? Ha un’Aston Martin parcheggiata sotto casa. Il rettore non viene incontro ad uno dei suoi migliori studenti perché non sa neanche come si chiama? Gli rubiamo la raccolta delle lettere del suo caro zio Benito che hanno una valenza di almeno 5 milioni di €. Giustizia”
“Lei nun sta bene..”
“No, sono semplicemente saturo”
“..ma m’ha convinto”
“Cosa?”
“Sì, m’ha convinto.. alla fine neanche a Latina avrei ‘n lavoro, non troverei nulla de bono lì. E lascia’ l’Università co ‘na triennale è da pajacci.. che ce fai? Famolo.”
“Quando?”
“La prossima settimana. C’è er derby, Lazio-Roma. È perfetto”

“Professo’.. ma nun se sente molto Walter White?”
“Non so nemmeno chi sia.. stai zitto!”
Per essere un pomeriggio di inizio Novembre fa molto caldo. Il rettore Mazza non è nella sua villa, e noi ne stiamo approfittando. Ci siamo minuti di una bomba fatta in casa, di arnesi per scassinare e di passamontagna.
“Quanto cazzo fa callo professo’..”
La villa ha un balconcino, leggermente basso. Io non posso arrivarci, la mia sciatica non lo permette. Ma Mario sì.
“Devi salire”
“Ma chi?”
“’sto cazzo Mario! Tu!”
“Ma è matto?! Mo’ s’è messo pure a pja per il culo?! Nun me sembra ‘r caso adesso no?!”
“Forse non ci siamo capiti. I testi della via di Mussolini sono nello studio del rettore. E il balconcino è collegato esattamente allo studio”
“Ma lei che ne sa che stanno la’!”
“Ce li ho messi io! Glieli ho venduti io con una minusvalenza. Contento?!”
Mi guarda. Vede il mio viso furioso e si decide ad arrampicarsi sulla grondaia.
Non devo essere un grande spettacolo quando sono nervoso.
Sento urlare. Guardo il telefonino. La partita è iniziata da poco e ci siamo già persi il primo gol della Roma per sfruttare il boato. La Lazio ha pareggiato con Antonio Candreva. Ne abbiamo perso un altro.
“Forza Mario sbrigati!”
“Dieci minuti professo’ e so’ pronto!”
Il nervosismo mi mette caldo. Finalmente mi levo il passamontagna.
Faccio respirare la pelle in una decina di minuti, e sento le prime gocce di sudore scivolare nella camicia azzurra.
Un altro urlo di gioia. Miroslav Klose fa passare in vantaggio la Lazio.
“Allora?!” Sussurro fortemente alla fine dei 10 minuti.
“Ce stamo! Ce sta una porta mezza blindata all’entrata della libreria.. l’ho messa lì la bomba”
“Ora dobbiamo aspettare il momento giusto.. quando senti gridare, fai saltare la porta e metti i libri con la titolazione ‘Vita di Mussolini’ dentro la scatola. Ok?”
“Daje prof” dice alzando leggermente il tono.
“Stai zitto! Che ti urli!”
“Scusi!”

Ad inizio secondo tempo, Stefano Mauri fa il terzo gol.
Mario attiva la bomba e cado dall’urto. Non che sia un’esplosione epocale, ma non mi reggo in piedi facilmente.
Non scatta nessun allarme, mentre Mario posiziona i libri nello scatolone.
“Forza forza forza!” intimo allo studente.
Poi l’allarme scatta, nel momento in cui sta lanciando il maltolto.
Scende di corsa dal cornicione e sale in macchina.
Ho appena salvato la carriera di uno studente promettente. Forse un po’ coatto, ma geniale. Mi sento decisamente una persona migliore in questo momento.
Arriviamo con la macchina al mio appartamento. Lo vedo contento, eccitato. Deve aver risolto gran parte dei suoi problemi, sia economici che emotivi. Deve aver raggiunto una sicurezza che pochi, oggi, possono permettersi di raggiungere. È felice. Voglio assolutamente assaporare in qualche modo questa felicità. Un futuro studioso di psicologia è appena arrivato all’El Dorado.
“Che cosa assurda.. come ti senti?”
“Nun ce credo.. nun ce credo!”
“Hai visto?” sorrido, mentre gli mostro lo scatolone.
“Eh? Ah sì quello.. sì sì, fico prof.. però..” mi continua a guardare.
Non capisco. “Che c’è?!” chiedo dubbioso.
“A professo’.. je n’avemo fatti 3!”

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Perchè i “100 giorni” e perchè lo consiglio a tutti.

Segue post deciso e paradossalmente sincero.

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Era iniziato tutto così. Con un post che lei avrebbe dovuto sentire anche nelle ossa, in qualche modo.

“Ma che cos’è il conto alla rovescia che stai facendo?” “Ma che te stai a conta’ Lett?”

La realtà è che all’inizio non lo sapevo nemmeno io. Mi sono guardato allo specchio – letteralmente, non in senso metaforico – e ho detto “Ma perchè? Ma chi me lo fa fare?
Allora mi sono posto un obiettivo. Non sapevo minimamente dove volevo arrivare, ma dovevo iniziare a camminare in una direzione e, soprattutto, da solo.
E al primo passo ho sentito qualcosa che precedentemente, nei 26 anni trascorsi fino a quel momento, non avevo mai sentito: aria nuova, fresca, che sapeva di novità.
La parola d’ordine? Io.
So che sembra una retorica paraculistica o un mantra alla Osho che ti ripeti per giustificare i tuoi errori, ma chi mi conosce sa una cosa: non sono mai stato veramente da solo. Mai.
Sia per la paura di stare solo, sia per la paura della morte, sia per le mie insicurezze.
Avevo toccato un fondo troppo profondo. Avevo tradito, preso per il culo, usato e soggiogato chiunque, negli ultimi due anni.
Se stai leggendo questo post, sai di chi parlo, e anche se non servirà poi a molto, ti chiedo scusa.
Ma bando alle ciance.. quello che succede dentro ognuno di noi è meraviglioso ed osceno, bellissimo ma pericoloso. E quella parola d’ordine, ogni giorno, scrivendo quel cazzo di post, rimaneva stampata in fronte per evitare di perdere il mio obiettivo.
Tante volte ho tentennato – siamo agli albori dei 90esimo giorno, non è ancora finito – e altre ho ceduto, ma rimanendo sempre in piedi.
Ora sono di nuovo integro, solido come una lastra di adamantio. E la cosa più bella – e orrenda, allo stesso tempo – è che purtroppo quello che vedete e pensate è altro – per quanto mi interessi, ndr.

Voi avete visto egoismo. Avete visto assenza di legami e avete visto un Casanova arrogante girare per Roma divertendosi.
La realtà è che quello che sto facendo io è più profondo della vostra stupida voglia di scopare che vi portate dietro.
E detto fra noi.. la vostra critica è portata avanti da una sola ragione: voi non potete farlo.

Ma finendo il discorso.. tra Lega Italiana dei #quartynoparty, scudetti CSAIN, pantaloncini, regali, polaroid, baci rubati, sesso passionale, musica, viaggi interminabili e premi, sto assaporando una vita che non avevo mai vissuto a pieno.
Mi sto riprendendo quello che è mio.

E senza di te.

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Per concludere, non ho intenzione di chiudere questi 100 giorni, ma di prolungarli, probabilmente. E soprattutto li consiglio ad ognuno di voi. Tutti. Anche chi gioca con il fairplay perchè ha paura di un setto nasale rovesciato, o di corna già messe molteplici volte a poveri diavoli passati di lì (ndr).
Ho promesso una sorpresa al 100esimo giorno, e la porterò.
Non vi aspettate video su YouTube nudi o flashmob.

Nel gergo si dice “fatti i cazzi tuoi, campi 100 anni.” O 100 giorni.

Cara mamma.. da grande voglio fare il pagliaccio.

“Un pagliaccio, o giullare è un essere multiplo; è un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco; è una sorta di addetto ai piaceri alla corte del re e principi; è un vagabondo che vaga per le strade e dà spettacolo nei villaggi; è il suonatore di ghironda che, a ogni tappa, canta le canzoni di gesta alle persone; è l’autore e l’attore degli spettacoli che si danno i giorni di festa all’uscita dalla chiesa; è il conduttore delle danze che fa ballare la gioventù; è il cantimpanca; è il suonatore di tromba che scandisce la marcia delle processioni; è l’affabulatore, il cantore che rallegra festini, nozze, veglie; è il cavallerizzo che volteggia sui cavalli; l’acrobata che danza sulle mani, che fa giochi coi coltelli, che attraversa i cerchi di corsa, che mangia il fuoco, che fa il contorsionista; il saltimbanco sbruffone e imitatore; il buffone che fa lo scemo; il giullare è tutto ciò che di buono resta nelle persone ma lo hanno dimenticato.”
(E. Faral, Les jongleurs en France au Moyen age [I giullari in Francia nel Medio Evo]

“Cara mamma,

ti scrivo questa lettera perchè a causa dei turni di lavoro non riusciamo mai a vederci. Io esco e tu rientri, io rientro e tu esci.. sai, cose del genere.
Ma soprattutto, ti scrivo perchè ho capito la mia vera vocazione: il pagliaccio!
Sai, tutti sottovalutano il ruolo del clown, nonostante la storia ci abbia insegnato a viaggiare attraverso i ruoli e le emozioni di ogni singolo artista o lavoratore.
Mi spiego meglio.. conosci il detto ” Il tempo mette ognuno al proprio posto. Ogni regina sul suo trono. Ogni pagliaccio nel proprio circo.”?
Dario Fo scoppierebbe a ridere..Dario_Fo
Ecco, grazie a questo ho finalmente compreso il vero scopo nella mia vita. Tu ti starai chiedendo.. come mai? Perchè il pagliaccio? L’aforisma vorrebbe farti intendere che essere un Re in un regno è effettivamente meglio di un clown in uno stupido circo, no?
Ti racconto una piccola storia: durante un corso di Storia del teatro, quando ancora frequentavo l’Università, ci spiegarono la differenza tra il ruolo del clown e quello del giullare..  Il giullare ha un’origine molto antica, è simbolo di intrattenimento, ma il suo ruolo nelle corti era quello di critica alla società e ai suoi costumi attraverso lo strumento di quella che oggi chiameremmo satira.  Facendo riferimento all’odierno, è appunto la stessa differenza che passa tra comicità e satira. Da una parte fa ridere la corte, mentre dall’altra trama in segreto e tiene aggiornato il Re su eventuali malelingue.
La coscienza umana e la storia stessa insegnano, per fortuna, che l’altra sponda, ovvero i Re, e le Regine, non hanno mai avuto comportamenti degni di umanità o lode agli stessi. Tradimenti, incesti, congiure, trame contro i propri cari! Non hai idea, cara mamma, di quanto siano stati pessimi, a livello umano, i sovrani di cui tanto blateriamo inutilmente.
Il clown, senza dimenticare il ruolo che ne conviene, fa lo stesso. a3424b9ea5acd5ae877bcf088835dcf0Magari con più leggerezza, magari vicino ai bambini, ma ha lo stesso identico ruolo. Il suo Re è il padrone del circo, e il padrone del circo non fa nulla di diverso dal Re o dalla Regina in persona.

Detto questo, cara mamma, quando il clown va a dormire, magari è triste, spento e stressato, ma può dormire senza il terrore di essere pugnalato alle spalle. Hai mai sentito di un pagliaccio ucciso nella notte da qualcuno che lo volesse far fuori? Nah, quella è prerogativa dei sovrani! “Oh tu Brute fili mi“, ti ricorda qualcosa?

I pagliacci fanno ridere, le regine fanno paura.

Cara mamma, con questo voglio dirti che la mia vita prenderà una piega diversa, e che per fortuna, ho ancora troppo amore per chi sono e per chi non lo saprà mai – o chi, come dici tu, non lo assaporerà più –
Ti lascio con una poesia di Trilussa sulla verità:

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: – Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! –
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
– Prima de falla uscì – dice – bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi…

– M’assoccio volentieri a la proposta
– Disse un Ministro ch’approvò l’idea. –
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. –

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: – Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!

Ti voglio bene mamma.

Come una corda che tiene l’orizzonte – Racconto brevissimo

– E poi? –
– E poi cosa? –
– E poi cos’è successo? –
Le spostò i capelli dalla fronte, gentilmente, con naturalezza.
– E poi mi baciò, e durante uno di quei stupidi tornei misti nella scuola di beach in cui ci siamo conosciuti, facemmo l’amore vicino ai campi.. –
– Mamma! –
– Cosa c’è? –
L’imbarazzo era evidente, ma la spontaneità vinse ogni battaglia in una guerra di emozioni.
– ..niente. Solo che mi fa strano pensare a voi.. insomma, così! –
Si sistemò la frangia, quella maledetta frangia che negli anni aveva cambiato forma mille e mille volte.
– ..potrei raccontarti tante altre cose meno osè, ma penso che tu sia troppo piccola per capire.. –
– Ho 16 anni, non sono più così piccola come pensi eh! –
La ragazza corrugò la fronte simulando un capriccio da bambina, incrociò le braccia in segno di finta rabbia e mostrò la guancia attendendo un bacio.
– ..in fin dei conti potrei, sì. Ma non ne fare una sola parola con papà. Promesso? –
– Parola di scout! – rispose lei.
– Se ti sentisse lui borbotterebbe che gli scout non gli sono mai piaciuti.. comunque non pensare a noi come una coppia nascosta dai venti forti del cuore. Ho delle immagini in testa che potrebbero farti scrivere libri e libri sul romanticismo militante e titanico degli uomini come tuo padre. Non sai le luci del Tuscolo con i Mumford & Sons al ritorno in macchina quanto ancora sappiano emozionarci. Quante volte ho disprezzato la sua musica.. non ci capisce davvero niente di quello che potrebbe piacere a me. Ma sai.. tante volte mi faceva ascoltare qualcosa che mi rimaneva attaccata al cuore come una neonata al seno di una madre. Quella canzone.. quella che ti cantavo sempre da piccola, la ricordi? –
– Mille colori? Quella che mi cantava anche papà? –
– Sì.. esatto. Una sera andammo a vedere una sua vecchia squadra che allenava, e misi quel pezzo dal mio cellulare.. ricordo ancora la scena. C’era un’auto in fiamme sul raccordo e noi rimanemmo sbalorditi come bambini a guardarla.. “Resta/che l’alba arriva ora/ma non ho fame ancora/di nuvole e sereno/è pieno il giorno” –
– Che bella.. sì la ricordo –
– E non ti ho detto tutto: una sera mi portò.. anzi no, due sere, mi regalò due piccoli regali fatti a mano e una rosa.. una rosa lunga, che aveva comprato in un fioraio dalle parti di dove abitava in quegli anbacioni.. un quartieraccio lontano che si poteva raggiungere solo dopo un’ora e mezza di mezzi di Roma.. –
– Ma chi te lo faceva fare! Io per Nico nemmeno 100 metri a piedi farei! –
– Se ne vale la pena.. – disse la mamma, toccandosi un tatuaggio sul polso – ..fai questo ed altro –
Poi abbassò le luci della stanza, con un impercettibile sfiorare delle dita contro il pannello al muro.
– Papà ha mai vinto qualcosa quando giocava con te? –
– No, lui no.. ti risponderebbe che non era adatto, ma ogni volta che gli chiedo perché ha smesso, mi risponde sempre “Perché ho vinto te, quando sono entrato in palestra” –
– Mamma, ti prego! –
– Ora basta però.. è ora di andare a dormire, ok? Leva il cellulare, a Nico gli rispondi domani –
– E ora si arrabbia! –
– E tu lascialo fare.. tanto torna, se è innamorato veramente –
– E tu? –
– Cosa io.. –
– Sei innamorata? –
– Come una corda che tiene in piedi l’orizzonte, amore mio –

Si sdraiò a letto, in attesa che lei lo raggiungesse. Chiacchierava sempre con la piccola prima di andare a dormire, nonostante l’età non più così affabile a certe dottrine della “favola della buonanotte”.
Si girò sul fianco buono, senza dolori, e la aspettò, ad occhi aperti e con la certezza che quella, dopo milioni di piccole comete, era l’unica stella fissa nel cielo: lei.
Ripensò, come ogni notte, a tutte le cose belle di quando si erano conosciuti, leiv-motive della loro vita: il sushi prima-durante-dopo i pasti, i film sul letto che anche oggi non si sono tolti dalla testa, fare l’amore prima-durante-dopo ogni cosa, gli sguardi di sfida, le gelosie infantili e gli occhi di entrambi una volta, anzi, ogni volta, che li sentivi sfiorare un “ti amo”.
Inseparabilmente indissolubili.

Dov’è la rivoluzione?

“E non mi frega un cazzo delle tue paure
ho già le mie che urlano più forte”

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Una volta mia madre mi raccontava di una razza in via di estinzione, capace di lottare ogni giorno prima contro loro stessi e poi contro le intemperie: i romantici. Titanici, folli e probabilmente inutili, calcavano la mano quando ci si trovava ad avere a che fare con lo splendore dell’affettività, dell’emozione e della testimonianza fisica dell’appartenenza a qualcosa di enormemente più grande – non avvicinandoci minimamente alla teologia -.
Lo devo ammettere: ho un debole per le cose straordinarie, e se la mia vita non lo è, preferisco passare le ore a guardare ed ammirare – o raccontare le gesta – di qualcuno che lo è.
Ma sono giorni, mesi, o anni, probabilmente, che continuo a chiedermi: ma la rivoluzione dov’è?
Dov’è il cambiamento dell’uomo comune? Dov’è lo scatto di anzianità emozionale che porta a fidarci l’uno dell’altro?
Quello che mi raccontava mia madre aveva a che fare più con la lealtà, e probabilmente parlo – in maniera del tutto silenziosa – anche di questo.
Ma dov’è che, tecnicamente ci siamo rivoluzionati?
È amore il nascondere la realtà agli altri? È rivoluzione dare peso ad un like su Instagram ed53c37ec8fa6b7010f274365aa5e22bd non alle notti passate sotto le stelle in montagna?
È romantico vivere in due luoghi contemporaneamente, non curandosi dell’altro?

Cosa stiamo rivoluzionando, in realtà?

Il nostro modo di comunicare è sterile, regaliamo l’immagine della nostra esistenza come essere umano multietnico, polisportivo, onnisciente ed acculturato.
E poi?
Poi cosa resta?

Quindi vi chiedo, ancora una volta.. dov’è la rivoluzione? Cosa significa rivoluzione?
Significa regalare spazio a chi non ne merita, e perdersi nella povertà dello spirito?

Io non voglio essere la vostra rivoluzione.
Io voglio essere la mia.

“Cosa mi vorresti fare
più delle cose che mi hai fatto già
mi lasci il tempo di morire?
E la mia notte ricomincerà”

“Io ce sto”. Una poesia rifiutata.

Non so scrivere poesia, non sono Trilussa, non mi avvicinerò mai al genere.
Però questa è stata cancellata, e invece merita di stare qui, in cima alla montagna di parole.

“A ‘sto cuore muscoloso
piace fare l’indifeso,
ma ti spaccherebbe il muso..”
NoBraino

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Io ce sto, te lo giuro, a crede a ‘sta storia che è tutto ‘n periodo che passa;
ce sto a crede che l’amore tuo n’è vive de sogni ma de distanza;
ce sto pure a crede al fatto che me voi bene come dici de ave’ sempre fatto.

Ma ‘r fero che me batte ‘n petto è oro
e nun c’è storia che tenga:
me svuoti, me reinvadi, me ami e me ribolli dentro;
senza pace che tenga, senza core che pompi.

Tu la voi la rosa, te piace, te sbrina l’anima;
ma dopo ‘n po’ che sta la’ dici che è troppo rossa;
che è meglio il nulla e meglio du’ braccia forti de uno più grosso;
o de ‘n vecchio amore già vuoto che nun c’ha strada.

Io ce cresco come dici te, te ce divento come dici te;
ma ‘r core de ‘n leone c’ha le sembianze de ‘n pupo;
ce l’ho le braccia forti pe potemme prende cura de te;
ma nunn’è questo er problema amore mio.

Er problema è che quanno te concentri su de uno;
l’artro è ombra, è paraffina;
nunn’è freddezza o periodo de sosta;
è solo che ce sta ‘n importanza de sorta co un nome diverso.

C’è solo ‘na realtà delle cose, caro core mio:
la gente nun cambia, è metallo
ar massimo se ossida.

NON SONO MORTO.

Special Olympics 2016: Argento e Oro per il “Centro Anch’io” di Roma

Come già avvenuto nell’edizione precedente, Special Olympics Italia propone, anche per quest’anno, un lungo appuntamento con lo sport che, costituito da 18 eventi programmati in diversi week-end, è iniziato lo scorso aprile e durerà fino al prossimo settembre.13179262_10156803938925562_6720633255972637443_n
Dal 13 al 15 Maggio è stata la volta della pallavolo, dove per la prima volta nella sua storia, il Centro Anch’io  di Roma si è presentato alle Special senza pretese né ambizioni.
Dopo un percorso durato ben due anni, il team di allenamento guidato da Angela Izzo, e gli operatori Leda Maria Montoni, Andrea Mazzini e Lionel Momo si è rivelato un costitutivo concreto e ben definito, che ha portato la squadra di Roma fino alla finale a Vizzolo Predabissi (Milano) persa 15-12 al tie-break.
Un risultato storico per il centro socio-educativo-riabilitativo di Roma, che ha saputo distinguersi come esordiente in un mondo mai assaporato prima.
Per le  categorie individuali, invece, Oro per Jacopo Buccellato, che si è saputo distinguere come migliore tra i ragazzi partecipanti, portando così a casa una medaglia che vale il reale significato delle Special Olympics.
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Una delle operatrici, alla fine di questo strepitoso risultato, ha inviato una lettera sottoforma di post su Facebook che sta commuovendo l’intero staff pallavolistico delle Special, sorpreso e trascinato dall’euforia congenita della squadra romana.

Ne riportiamo un estratto qui di seguito:

“[…] “Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze”.
Il motto delle Special, una frase semplice ma forte …. E voi cari miei l’avete colta in pieno. Ci avete messo tutto il vostro entusiasmo e siamo arrivati secondi al nostro esordio. Per me questo è un argento con sfumature di oro viola blu bianco e tutti i colori che ci vogliamo mettere in mezzo. […]
Ho imparato a conoscervi meglio e ho scoperto con voi un modo nuovo semplice e puro di giocare a pallavolo.
Sono tornata a casa piangendo tre giorni di emozione perché non lo sapete ancora ma il mio cuore è pieno di voi. Siete i pezzi di un puzzle che insieme diventa amore.
Oggi so come posso lavorare per farvi diventare ancora più bravi e credo che anche voi da oggi lavorerete in modo più concentrato.

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Ragazzi miei… devo dirvi una cosa… GRAZIE!
E adesso basta dolcezze che poi ve ne approfittate. Si ritorna in campo con gli skip, la corsa, gli addominali etc, pronti per le prossime sfide.

FORZA CENTRO ANCH’IO !!!!

La vostra nuova compagna di squadra,
Leda”