Alberto Lettieri

Cara mamma.. da grande voglio fare il pagliaccio.

“Un pagliaccio, o giullare è un essere multiplo; è un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco; è una sorta di addetto ai piaceri alla corte del re e principi; è un vagabondo che vaga per le strade e dà spettacolo nei villaggi; è il suonatore di ghironda che, a ogni tappa, canta le canzoni di gesta alle persone; è l’autore e l’attore degli spettacoli che si danno i giorni di festa all’uscita dalla chiesa; è il conduttore delle danze che fa ballare la gioventù; è il cantimpanca; è il suonatore di tromba che scandisce la marcia delle processioni; è l’affabulatore, il cantore che rallegra festini, nozze, veglie; è il cavallerizzo che volteggia sui cavalli; l’acrobata che danza sulle mani, che fa giochi coi coltelli, che attraversa i cerchi di corsa, che mangia il fuoco, che fa il contorsionista; il saltimbanco sbruffone e imitatore; il buffone che fa lo scemo; il giullare è tutto ciò che di buono resta nelle persone ma lo hanno dimenticato.”
(E. Faral, Les jongleurs en France au Moyen age [I giullari in Francia nel Medio Evo]

“Cara mamma,

ti scrivo questa lettera perchè a causa dei turni di lavoro non riusciamo mai a vederci. Io esco e tu rientri, io rientro e tu esci.. sai, cose del genere.
Ma soprattutto, ti scrivo perchè ho capito la mia vera vocazione: il pagliaccio!
Sai, tutti sottovalutano il ruolo del clown, nonostante la storia ci abbia insegnato a viaggiare attraverso i ruoli e le emozioni di ogni singolo artista o lavoratore.
Mi spiego meglio.. conosci il detto ” Il tempo mette ognuno al proprio posto. Ogni regina sul suo trono. Ogni pagliaccio nel proprio circo.”?
Dario Fo scoppierebbe a ridere..Dario_Fo
Ecco, grazie a questo ho finalmente compreso il vero scopo nella mia vita. Tu ti starai chiedendo.. come mai? Perchè il pagliaccio? L’aforisma vorrebbe farti intendere che essere un Re in un regno è effettivamente meglio di un clown in uno stupido circo, no?
Ti racconto una piccola storia: durante un corso di Storia del teatro, quando ancora frequentavo l’Università, ci spiegarono la differenza tra il ruolo del clown e quello del giullare..  Il giullare ha un’origine molto antica, è simbolo di intrattenimento, ma il suo ruolo nelle corti era quello di critica alla società e ai suoi costumi attraverso lo strumento di quella che oggi chiameremmo satira.  Facendo riferimento all’odierno, è appunto la stessa differenza che passa tra comicità e satira. Da una parte fa ridere la corte, mentre dall’altra trama in segreto e tiene aggiornato il Re su eventuali malelingue.
La coscienza umana e la storia stessa insegnano, per fortuna, che l’altra sponda, ovvero i Re, e le Regine, non hanno mai avuto comportamenti degni di umanità o lode agli stessi. Tradimenti, incesti, congiure, trame contro i propri cari! Non hai idea, cara mamma, di quanto siano stati pessimi, a livello umano, i sovrani di cui tanto blateriamo inutilmente.
Il clown, senza dimenticare il ruolo che ne conviene, fa lo stesso. a3424b9ea5acd5ae877bcf088835dcf0Magari con più leggerezza, magari vicino ai bambini, ma ha lo stesso identico ruolo. Il suo Re è il padrone del circo, e il padrone del circo non fa nulla di diverso dal Re o dalla Regina in persona.

Detto questo, cara mamma, quando il clown va a dormire, magari è triste, spento e stressato, ma può dormire senza il terrore di essere pugnalato alle spalle. Hai mai sentito di un pagliaccio ucciso nella notte da qualcuno che lo volesse far fuori? Nah, quella è prerogativa dei sovrani! “Oh tu Brute fili mi“, ti ricorda qualcosa?

I pagliacci fanno ridere, le regine fanno paura.

Cara mamma, con questo voglio dirti che la mia vita prenderà una piega diversa, e che per fortuna, ho ancora troppo amore per chi sono e per chi non lo saprà mai – o chi, come dici tu, non lo assaporerà più –
Ti lascio con una poesia di Trilussa sulla verità:

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: – Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! –
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
– Prima de falla uscì – dice – bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi…

– M’assoccio volentieri a la proposta
– Disse un Ministro ch’approvò l’idea. –
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. –

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: – Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!

Ti voglio bene mamma.

Dov’è la rivoluzione?

“E non mi frega un cazzo delle tue paure
ho già le mie che urlano più forte”

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Una volta mia madre mi raccontava di una razza in via di estinzione, capace di lottare ogni giorno prima contro loro stessi e poi contro le intemperie: i romantici. Titanici, folli e probabilmente inutili, calcavano la mano quando ci si trovava ad avere a che fare con lo splendore dell’affettività, dell’emozione e della testimonianza fisica dell’appartenenza a qualcosa di enormemente più grande – non avvicinandoci minimamente alla teologia -.
Lo devo ammettere: ho un debole per le cose straordinarie, e se la mia vita non lo è, preferisco passare le ore a guardare ed ammirare – o raccontare le gesta – di qualcuno che lo è.
Ma sono giorni, mesi, o anni, probabilmente, che continuo a chiedermi: ma la rivoluzione dov’è?
Dov’è il cambiamento dell’uomo comune? Dov’è lo scatto di anzianità emozionale che porta a fidarci l’uno dell’altro?
Quello che mi raccontava mia madre aveva a che fare più con la lealtà, e probabilmente parlo – in maniera del tutto silenziosa – anche di questo.
Ma dov’è che, tecnicamente ci siamo rivoluzionati?
È amore il nascondere la realtà agli altri? È rivoluzione dare peso ad un like su Instagram ed53c37ec8fa6b7010f274365aa5e22bd non alle notti passate sotto le stelle in montagna?
È romantico vivere in due luoghi contemporaneamente, non curandosi dell’altro?

Cosa stiamo rivoluzionando, in realtà?

Il nostro modo di comunicare è sterile, regaliamo l’immagine della nostra esistenza come essere umano multietnico, polisportivo, onnisciente ed acculturato.
E poi?
Poi cosa resta?

Quindi vi chiedo, ancora una volta.. dov’è la rivoluzione? Cosa significa rivoluzione?
Significa regalare spazio a chi non ne merita, e perdersi nella povertà dello spirito?

Io non voglio essere la vostra rivoluzione.
Io voglio essere la mia.

“Cosa mi vorresti fare
più delle cose che mi hai fatto già
mi lasci il tempo di morire?
E la mia notte ricomincerà”

“Io ce sto”. Una poesia rifiutata.

Non so scrivere poesia, non sono Trilussa, non mi avvicinerò mai al genere.
Però questa è stata cancellata, e invece merita di stare qui, in cima alla montagna di parole.

“A ‘sto cuore muscoloso
piace fare l’indifeso,
ma ti spaccherebbe il muso..”
NoBraino

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Io ce sto, te lo giuro, a crede a ‘sta storia che è tutto ‘n periodo che passa;
ce sto a crede che l’amore tuo n’è vive de sogni ma de distanza;
ce sto pure a crede al fatto che me voi bene come dici de ave’ sempre fatto.

Ma ‘r fero che me batte ‘n petto è oro
e nun c’è storia che tenga:
me svuoti, me reinvadi, me ami e me ribolli dentro;
senza pace che tenga, senza core che pompi.

Tu la voi la rosa, te piace, te sbrina l’anima;
ma dopo ‘n po’ che sta la’ dici che è troppo rossa;
che è meglio il nulla e meglio du’ braccia forti de uno più grosso;
o de ‘n vecchio amore già vuoto che nun c’ha strada.

Io ce cresco come dici te, te ce divento come dici te;
ma ‘r core de ‘n leone c’ha le sembianze de ‘n pupo;
ce l’ho le braccia forti pe potemme prende cura de te;
ma nunn’è questo er problema amore mio.

Er problema è che quanno te concentri su de uno;
l’artro è ombra, è paraffina;
nunn’è freddezza o periodo de sosta;
è solo che ce sta ‘n importanza de sorta co un nome diverso.

C’è solo ‘na realtà delle cose, caro core mio:
la gente nun cambia, è metallo
ar massimo se ossida.

NON SONO MORTO.

Colorante Rosso Sangue – Anteprima: di cosa parla?

COPERTINA UFFICIALE

Sinossi curata da #BottegaEditoriale

“Shakespeare sosteneva che “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” ma ci siamo mai domandati cosa accadrebbe se in un futuro qualcuno fosse in grado di manipolarli e manipolarci, imponendoci cosa sognare e cosa non?

È questa la domanda che si insinua tra le pagine di Colorante Rosso Sangue, romanzo distopico che narra come, in un futuro prossimo un’importante azienda nel campo della ricerca neuro-psichica, con a capo il ricercatore d’élite, Gustav Dupont, elabora un modo per rendere artificiali i sogni: sogni ad induzione, impacchettati con fiocchi e letterine, a seconda delle esigenze del cliente.

Ma cosa accadrebbe se rimanesse un solo uomo sul pianeta in grado di sognare? E se quest’ultimo si alleasse al figlio del “creatore di sogni”, Dominic Dupont, in grado di fabbricare incubi di qualsiasi genere sotto forma di polaroid?

L’opera, prendendo spunto dalla “terza ferita narcisistica inflitta all’uomo” per opera di Freud attraverso la scoperta dell’inconscio, risulta caratterizzata da uno stile fortemente visivo, a tratti  cinematografico, e fornita di un lessico sofisticato arricchito da approfondimenti e intermezzi di natura filosofica e scientifica.

Il lettore  viene in tal modo catapultato in una vicenda immaginifica e avvincente, paragonabile a un vero e proprio tuffo nelle zone più inesplorate del nostro essere che i sogni provano a sussurrarci e raccontarci, ma di cui tuttavia resta ancora molto da scoprire.”

Grazie alla Casa Editrice Montecovello e Roberta Balzano, questo Dicembre, in una data ancora da definirsi, uscirà Colorante Rosso Sangue.
Siamo agli sgoccioli, signore e signori.

Sogno n. 313

Parete bianca, sguardo fisso.
Passo le mani sul muro verniciato da poco. Liscio, vellutato, privo di crepe.
Quanto è dolce il suono di una mano sul ventre morbido di una “cosa felice”?

“Come si dice soffice in inglese, amore?”Impermanence_Seung-Hwan-Oh_02

Attacco foto di amici, scrivo frasi per persone andate e mai tornate, lancio sacchi di vernice per lasciare un segno nel bianco inerme.
Nulla.
Tutto risucchiato.
Poi decido di scriverci una frase. Anzi, La frase.

“Quando ci sarà da scegliere, sceglierò sempre te”

Rimane, fresca, lucida, impassibile.
Bella come il motivo del suo esistere.
Allora ci attacco un sacco di altre cose: le foto di Nemi, i pensieri da Rende, i tuoi portachiavi.
Persino il brillantino del tuo vestito.
Tutto rimane lì, immobile.
E bellissimo.

Soffice, in inglese, ho scoperto che si dice crumby.

Ultimi veri romantici: fa da scudo alla fidanzata. Questo l’ISIS non può cancellarlo.

Dal mare arriva l’inferno.
Iniziano a sparare e Matthew James, gallese, ha trent’anni. In Tunisia c’è andato con la sua ragazza, quella che ama. Non ci ha pensato un secondo, è schizzato davanti a lei e le ha urlato di scappare mentre veniva mitragliato. Le ha fatto da scudo umano.
Saera ‘Sas’ Wilson, ventisei anni anni, è la sua fidanzata. E l’ha visto, ha visto il sangue schizzargli fuori quando le pallottole gli sono arrivate al petto, all’anca e alla spalla. Tre proiettili, tre schegge di morte. Ma uno capace di donare la propria vita per salvare quella della persona che ama, uno capace del sacrificio alto e generoso, uno così non è mica uno che si arrende. James sta lottando, è in ospedale, è vivo.
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Tegan (6 anni) e Kaden (14 mesi) sono i loro figli, rimasti a casa con i nonni. La madre dei tuoi figli la proteggi. Ed è quasi impossibile immaginare quanto sia stato difficile per lei lasciarlo lì, lasciarlo lì e correre via. Non ti puoi immaginare cosa sia guardare il padre dei tuoi figli caderti davanti e correre, non abbraccialo, dargli le spalle e correre a più non posso. Ma devi, devi pensare ai tuoi figli, a quello che ti ha chiesto lui.

Matthew James lotta con quei proiettili e oggi lottiamo tutti con lui e con chi è rimasto offeso dalla folle voglia di mattanza. Ed è stato semplice ed enorme come amarla alzarsi e separarla dal male. E a chi parla dell’uomo nelle sue mille forme va mostrata questa fotografia, che altro non è che il tutto. Il senso definitivo del rapporto umano. Quello che in fondo rende più grande la vita, di per sé immane. Quello che chi imbracciava quel mitra appieno non capirà mai.

Che gli odiatori non capiranno mai.

Questo articolo è un controsenso: non leggetelo.

Samantha-CristoforettiFai conto di essere ai giardinetti e c’è un bambino che continua, continua, continua a rompere i coglioni a tutti. Fa le boccacce, spinge le bambine, fa lo sgambetto ai bambini.
Ecco ora tu vai la’ e gli dici: “Smettila bambino di fare così, perché disturbi tutti gli altri che stanno cercando di giocare tranquillamente”. Bella mossa, adesso quel bambino si sente importante. Sente di avere un ruolo e che quel ruolo è il rompicoglioni. Il problema qui non è Camillo Langone che di professione fa questo, spinge le bambine giù dall’altalena e ride della sua forza, il problema è mio, tuo, di questo giornalista e di chiunque perda il suo tempo a spiegare e a parlare di questa persona e del suo atteggiamento. Perché così lo definisce e lo autorizza a definirsi come spaccamaroni chiassoso e ignorante.
Viviamo in un fatato momento storico in cui importa solo ricevere attenzione, non ci interessa più che tipo di attenzione, se buona o cattiva. Questa persona può scrivere sul Foglio perché ogni volta che scrive sul Foglio che le donne devono stare a casa e far figli, il Foglio riceve duecentomila visite al sito. Ignoriamo le loffe in ascensore ed evitiamo di scriverci sopra. Tipo da adesso.
Il Foglio, giornalisticamente parlando, è una palude, una marana fognosa.
Lo sai tu, lo so io, chiunque con un minimo di senso critico legge il Foglio sapendo che non sta leggendo il punto di vista moderato ai fatti della quotidianità. Sta leggendo un allegro carrozzone di debosciati col patentino giornalistico che sparano in aria e ruttano articoli in faccia ai propri lettori. Sapendo questo, stupirsi del livello infimo che può raggiungere è abbastanza ingenuo. Pubblicizzarlo diventa pericoloso.