Alberto

La mossa “Kansas City”

Roma, Italia, Novembre 2012

mossa-kansas-city-smith-slevin

“Professore.. non credo di poter più seguire il corso”
Tu ci metti una vita, a formare uno studente, a plasmarlo. Gli crei le basi, gli costruisci un futuro. Lo fai soffrire un po’ – come è giusto che sia – ma gli dai delle enormi gratificazioni, le stesse che lui dà a te ogni volta che conclude un compito impeccabilmente.
Poi, il tuo paese, decide che lo stesso studente per cui tu hai impegnato anni interi nella sua formazione culturale e lavorativa, non può più seguire il tuo corso perché l’Università, per qualche minuto di ritardo nel pagamento della tassa d’iscrizione alla magistrale, ti raddoppia il costo della mora.
E anni di lavoro mandati a puttane.
“E ora come si fa?”
“Prof, mi capisca, so’ parecchi soldi e le soluzioni so’ poche: o trovo un lavoro che mi permetta de resta’ qui a Roma, o sarò costretto a torna’ a Latina, dai miei..”
“A fare il fruttivendolo?”
“Beh è ‘n lavoro..”
“Anche la ricerca lo è”
“Ma non è pagata..”
“Lo sarà! Te lo assicuro!”
“Sì ma non ora!” sbotta infine.
Mario ha 31 anni e vive a Roma da 7. L’ho formato io. Solo ed esclusivamente io. Non posso perdere uno studente in questo modo. Non me lo posso permettere! Di studiosi di qualità ne capiteranno 2 o 3 in tutta la vita di un ricercatore.. non lo accetto!
“Te la trovo io una soluzione Mario, non ti stare a preoccupare..”
“Professo’ certo che invece mi preoccupo! Il problema principale di questa situazione è già dalla prossima settimana non saprò minimamente dove dormire!”
“Tu vai.. ci aggiorniamo domani. Fidati di me!”
Quando sono sotto pressione non lavoro mai bene, non allontano la gente per scortesia.
Purtroppo però lui la vede come una mancanza di rispetto, e offeso, si avvia fuori dall’aula.
Mi lascio andare sulla sedia e la sciatica mi ricorda che devo riposare ogni tanto.
Rimetto il computer nella valigetta e torno a casa, sconsolato.

È nell’assurdo, nello straordinario, che si cela ogni soluzione.

La Juventus di Conte, l’invincibile vecchia signora, sta vincendo ovunque. Sono due anni che è così. È non solo inarrestabile, ma anche umile. E tutto questo è insopportabile per ogni altro tifoso di ogni altra squadra del paese.
In tutto questo, io e la mia eterna consorte – una weiss – siamo seduti a vedere la partita e lo scenario sembra il solito: rigore per la Juventus al primo minuto. L’Inter sembra inerme e Arturo Vidal porta in vantaggio la capolista. Non si prospetta una grande serata, e quindi appoggio la mia mezza Franziskaner in frigo e inizio a lavorare ad un testo di un laureando. Fa schifo. Credo proprio che gli chiederò di rinviare la laurea di un mese.
Quanto vi fa incazzare un professore così, eh? A parte le battute, farà anche schifo, ma non lo costringo a rinviare il momento più alto della sua vita – anche se molti dei miei colleghi lo fanno, spesso e volentieri – per la bruttezza di un’opera che nessuno leggerà.
Mi siedo di nuovo e cambio canale. Stanno facendo Slevin – Patto Criminale, con Josh Hartnett e Bruce Willis.
C’è la scena iniziale, in cui un burbero Bruce sta spiegando ad un attoruncolo da strapazzo cosa sia la “Mossa Kansas City”.
Mentre tutti guardano a destra, tu vai a sinistra..
Poi, all’improvviso, sento un boato. Tutti, contemporaneamente, nel mio palazzo, indistintamente dalla provenienza o dal tifo, lanciano grida di gaudio forsennato. Poi penso all’Inter.
Penso che non si tratta più di un tifo contro un altro, ma di un vero e proprio accanimento di tutte le tifoserie italiane contro la Juventus.
C’è una sorta di enorme romanticismo dietro il calcio in sé. Ve ne racconto un esempio: durante Tottenham-Besiktas, una partita di Europa League, all’improvviso le luci dello stadio si sono spente tutte. Salta la corrente. Allora tutti – tutti, senza nessuno escluso – i tifosi accendono accendini e cellulari, creando così una flebile luce che illumina il campo, come a dire “Noi ci siamo, vogliamo vedervi giocare”. Un’enorme coltre di luci. Questo è romanticismo puro.
Nel frattempo, Milito fa sognare l’Inter, ma a me non interessa. Sono stato incuriosito dalla portata del boato. Troppo rumoroso per essere un semplice urlo di un tifoso che mi abita vicino. E poi, abitando al primo piano di un palazzo fatto di cinque, non dovrei sentire tremare i vetri per delle urla.
Mi affaccio, quindi, dalla finestra: tutte le finestre dei palazzi circostanti sono chiuse o serrate, illuminate a puntini dalle luci delle televisioni accese. Ogni romano sta guardando la televisione e sta gufando la Juventus.
Poi, davanti a me, un leggero velo di fumo mi entra negli occhi. Qualcosa sta bruciando!
Abbasso lo sguardo e noto un buco nella gioielleria al piano terra. Stanno facendo una rapina, come diavolo ho fatto a non accorgermi della bomba?
Noto i ladri uscire di corsa con sacchi e perle ovunque. Sembra una scena che potresti tranquillamente trovare in un fumetto di supereroi. Peccato non avere la calzamaglia, ma il pigiama.
Senza curarsi della mia presenza, li vedo spaesati nell’accorgersi che nemmeno l’allarme ha attirato nessuno. Sono tutti troppo concentrati a guardare la partita.
Mi irrigidisco quando dopo un’altra decina di minuti sento di nuovo urlare. Stavolta senza nessun rumore di sottofondo. Ancora Milito. Ancora l’Inter.
Poi rifletto.
E se..

“Mi dica professore”
Mario è nervoso, affranto. L’ho convocato con poco preavviso alle 9 di mattina in facoltà.
“Rapine”
Lui rimane in silenzio. Non capisce.
“..rapine?”
“Rapine, sì”
“Ma lei non dovrebbe, tipo, suggerirmi qualcosa di legale? Devo anna’ a ruba’!?” ride sarcastico.
“No, non tu. Noi.”
“Pure lei? Ma dai prof, ma le pare che me metto a fa’ le rapine co’ lei.. ma che è, sembra una barzelletta da De Sica..”
“Finanzio io” rispondo solenne.
Tiro fuori una busta bianca, una classica mimetizzazione di semplice carta da bollo. Dentro, però, ci sono 5000 €.
Di scatto, Mario si alza, impaurito. “E mo’ questi?! Che so’?!”
“Quello che ti serve per recuperare i materiali per farla”
Non sono mai stato così serio, e mi viene anche da ridere.
“Tutto quello che devi fare è farle in un momento in cui tutti sono distratti, così, mentre loro guardano a destra, tu sgusci a sinistra..”
“Ma che è, Slevin?”
“..no” rispondo imbarazzato.
“Professo’ me lo stavo a vede’ pure io.. so’ laziale, a me de’ Juve-Inter me frega poco..”
“Vabeh, in definitiva è questa l’idea: rapine durante le partite di Serie A. Concludiamo il ciclo a Capodanno. Così, durante i botti di fine anno, facciamo game over. Il tutto esaurito. Il gran finale”
Questa ultima parte della conversazione lo fa sedere.
“Pensaci: stai buttando all’aria tutto quello per cui hai lavorato, per cosa? Perché l’Università è esosa, spilorcia, attaccata ai soldi? E tu i soldi li prendi a loro! Non faremo nulla di cattivo, niente banche, niente gioiellerie: solo ed esclusivamente giustizia”
“Giustizia?”
“Sì, giustizia! Il segretario della facoltà era pronto ad inviarti un’e-mail nel momento stesso in cui non avresti più pagato? Ha un’Aston Martin parcheggiata sotto casa. Il rettore non viene incontro ad uno dei suoi migliori studenti perché non sa neanche come si chiama? Gli rubiamo la raccolta delle lettere del suo caro zio Benito che hanno una valenza di almeno 5 milioni di €. Giustizia”
“Lei nun sta bene..”
“No, sono semplicemente saturo”
“..ma m’ha convinto”
“Cosa?”
“Sì, m’ha convinto.. alla fine neanche a Latina avrei ‘n lavoro, non troverei nulla de bono lì. E lascia’ l’Università co ‘na triennale è da pajacci.. che ce fai? Famolo.”
“Quando?”
“La prossima settimana. C’è er derby, Lazio-Roma. È perfetto”

“Professo’.. ma nun se sente molto Walter White?”
“Non so nemmeno chi sia.. stai zitto!”
Per essere un pomeriggio di inizio Novembre fa molto caldo. Il rettore Mazza non è nella sua villa, e noi ne stiamo approfittando. Ci siamo minuti di una bomba fatta in casa, di arnesi per scassinare e di passamontagna.
“Quanto cazzo fa callo professo’..”
La villa ha un balconcino, leggermente basso. Io non posso arrivarci, la mia sciatica non lo permette. Ma Mario sì.
“Devi salire”
“Ma chi?”
“’sto cazzo Mario! Tu!”
“Ma è matto?! Mo’ s’è messo pure a pja per il culo?! Nun me sembra ‘r caso adesso no?!”
“Forse non ci siamo capiti. I testi della via di Mussolini sono nello studio del rettore. E il balconcino è collegato esattamente allo studio”
“Ma lei che ne sa che stanno la’!”
“Ce li ho messi io! Glieli ho venduti io con una minusvalenza. Contento?!”
Mi guarda. Vede il mio viso furioso e si decide ad arrampicarsi sulla grondaia.
Non devo essere un grande spettacolo quando sono nervoso.
Sento urlare. Guardo il telefonino. La partita è iniziata da poco e ci siamo già persi il primo gol della Roma per sfruttare il boato. La Lazio ha pareggiato con Antonio Candreva. Ne abbiamo perso un altro.
“Forza Mario sbrigati!”
“Dieci minuti professo’ e so’ pronto!”
Il nervosismo mi mette caldo. Finalmente mi levo il passamontagna.
Faccio respirare la pelle in una decina di minuti, e sento le prime gocce di sudore scivolare nella camicia azzurra.
Un altro urlo di gioia. Miroslav Klose fa passare in vantaggio la Lazio.
“Allora?!” Sussurro fortemente alla fine dei 10 minuti.
“Ce stamo! Ce sta una porta mezza blindata all’entrata della libreria.. l’ho messa lì la bomba”
“Ora dobbiamo aspettare il momento giusto.. quando senti gridare, fai saltare la porta e metti i libri con la titolazione ‘Vita di Mussolini’ dentro la scatola. Ok?”
“Daje prof” dice alzando leggermente il tono.
“Stai zitto! Che ti urli!”
“Scusi!”

Ad inizio secondo tempo, Stefano Mauri fa il terzo gol.
Mario attiva la bomba e cado dall’urto. Non che sia un’esplosione epocale, ma non mi reggo in piedi facilmente.
Non scatta nessun allarme, mentre Mario posiziona i libri nello scatolone.
“Forza forza forza!” intimo allo studente.
Poi l’allarme scatta, nel momento in cui sta lanciando il maltolto.
Scende di corsa dal cornicione e sale in macchina.
Ho appena salvato la carriera di uno studente promettente. Forse un po’ coatto, ma geniale. Mi sento decisamente una persona migliore in questo momento.
Arriviamo con la macchina al mio appartamento. Lo vedo contento, eccitato. Deve aver risolto gran parte dei suoi problemi, sia economici che emotivi. Deve aver raggiunto una sicurezza che pochi, oggi, possono permettersi di raggiungere. È felice. Voglio assolutamente assaporare in qualche modo questa felicità. Un futuro studioso di psicologia è appena arrivato all’El Dorado.
“Che cosa assurda.. come ti senti?”
“Nun ce credo.. nun ce credo!”
“Hai visto?” sorrido, mentre gli mostro lo scatolone.
“Eh? Ah sì quello.. sì sì, fico prof.. però..” mi continua a guardare.
Non capisco. “Che c’è?!” chiedo dubbioso.
“A professo’.. je n’avemo fatti 3!”

Advertisements

Perchè i “100 giorni” e perchè lo consiglio a tutti.

Segue post deciso e paradossalmente sincero.

day1.1
Era iniziato tutto così. Con un post che lei avrebbe dovuto sentire anche nelle ossa, in qualche modo.

“Ma che cos’è il conto alla rovescia che stai facendo?” “Ma che te stai a conta’ Lett?”

La realtà è che all’inizio non lo sapevo nemmeno io. Mi sono guardato allo specchio – letteralmente, non in senso metaforico – e ho detto “Ma perchè? Ma chi me lo fa fare?
Allora mi sono posto un obiettivo. Non sapevo minimamente dove volevo arrivare, ma dovevo iniziare a camminare in una direzione e, soprattutto, da solo.
E al primo passo ho sentito qualcosa che precedentemente, nei 26 anni trascorsi fino a quel momento, non avevo mai sentito: aria nuova, fresca, che sapeva di novità.
La parola d’ordine? Io.
So che sembra una retorica paraculistica o un mantra alla Osho che ti ripeti per giustificare i tuoi errori, ma chi mi conosce sa una cosa: non sono mai stato veramente da solo. Mai.
Sia per la paura di stare solo, sia per la paura della morte, sia per le mie insicurezze.
Avevo toccato un fondo troppo profondo. Avevo tradito, preso per il culo, usato e soggiogato chiunque, negli ultimi due anni.
Se stai leggendo questo post, sai di chi parlo, e anche se non servirà poi a molto, ti chiedo scusa.
Ma bando alle ciance.. quello che succede dentro ognuno di noi è meraviglioso ed osceno, bellissimo ma pericoloso. E quella parola d’ordine, ogni giorno, scrivendo quel cazzo di post, rimaneva stampata in fronte per evitare di perdere il mio obiettivo.
Tante volte ho tentennato – siamo agli albori dei 90esimo giorno, non è ancora finito – e altre ho ceduto, ma rimanendo sempre in piedi.
Ora sono di nuovo integro, solido come una lastra di adamantio. E la cosa più bella – e orrenda, allo stesso tempo – è che purtroppo quello che vedete e pensate è altro – per quanto mi interessi, ndr.

Voi avete visto egoismo. Avete visto assenza di legami e avete visto un Casanova arrogante girare per Roma divertendosi.
La realtà è che quello che sto facendo io è più profondo della vostra stupida voglia di scopare che vi portate dietro.
E detto fra noi.. la vostra critica è portata avanti da una sola ragione: voi non potete farlo.

Ma finendo il discorso.. tra Lega Italiana dei #quartynoparty, scudetti CSAIN, pantaloncini, regali, polaroid, baci rubati, sesso passionale, musica, viaggi interminabili e premi, sto assaporando una vita che non avevo mai vissuto a pieno.
Mi sto riprendendo quello che è mio.

E senza di te.

day1

Per concludere, non ho intenzione di chiudere questi 100 giorni, ma di prolungarli, probabilmente. E soprattutto li consiglio ad ognuno di voi. Tutti. Anche chi gioca con il fairplay perchè ha paura di un setto nasale rovesciato, o di corna già messe molteplici volte a poveri diavoli passati di lì (ndr).
Ho promesso una sorpresa al 100esimo giorno, e la porterò.
Non vi aspettate video su YouTube nudi o flashmob.

Nel gergo si dice “fatti i cazzi tuoi, campi 100 anni.” O 100 giorni.

Cara mamma.. da grande voglio fare il pagliaccio.

“Un pagliaccio, o giullare è un essere multiplo; è un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco; è una sorta di addetto ai piaceri alla corte del re e principi; è un vagabondo che vaga per le strade e dà spettacolo nei villaggi; è il suonatore di ghironda che, a ogni tappa, canta le canzoni di gesta alle persone; è l’autore e l’attore degli spettacoli che si danno i giorni di festa all’uscita dalla chiesa; è il conduttore delle danze che fa ballare la gioventù; è il cantimpanca; è il suonatore di tromba che scandisce la marcia delle processioni; è l’affabulatore, il cantore che rallegra festini, nozze, veglie; è il cavallerizzo che volteggia sui cavalli; l’acrobata che danza sulle mani, che fa giochi coi coltelli, che attraversa i cerchi di corsa, che mangia il fuoco, che fa il contorsionista; il saltimbanco sbruffone e imitatore; il buffone che fa lo scemo; il giullare è tutto ciò che di buono resta nelle persone ma lo hanno dimenticato.”
(E. Faral, Les jongleurs en France au Moyen age [I giullari in Francia nel Medio Evo]

“Cara mamma,

ti scrivo questa lettera perchè a causa dei turni di lavoro non riusciamo mai a vederci. Io esco e tu rientri, io rientro e tu esci.. sai, cose del genere.
Ma soprattutto, ti scrivo perchè ho capito la mia vera vocazione: il pagliaccio!
Sai, tutti sottovalutano il ruolo del clown, nonostante la storia ci abbia insegnato a viaggiare attraverso i ruoli e le emozioni di ogni singolo artista o lavoratore.
Mi spiego meglio.. conosci il detto ” Il tempo mette ognuno al proprio posto. Ogni regina sul suo trono. Ogni pagliaccio nel proprio circo.”?
Dario Fo scoppierebbe a ridere..Dario_Fo
Ecco, grazie a questo ho finalmente compreso il vero scopo nella mia vita. Tu ti starai chiedendo.. come mai? Perchè il pagliaccio? L’aforisma vorrebbe farti intendere che essere un Re in un regno è effettivamente meglio di un clown in uno stupido circo, no?
Ti racconto una piccola storia: durante un corso di Storia del teatro, quando ancora frequentavo l’Università, ci spiegarono la differenza tra il ruolo del clown e quello del giullare..  Il giullare ha un’origine molto antica, è simbolo di intrattenimento, ma il suo ruolo nelle corti era quello di critica alla società e ai suoi costumi attraverso lo strumento di quella che oggi chiameremmo satira.  Facendo riferimento all’odierno, è appunto la stessa differenza che passa tra comicità e satira. Da una parte fa ridere la corte, mentre dall’altra trama in segreto e tiene aggiornato il Re su eventuali malelingue.
La coscienza umana e la storia stessa insegnano, per fortuna, che l’altra sponda, ovvero i Re, e le Regine, non hanno mai avuto comportamenti degni di umanità o lode agli stessi. Tradimenti, incesti, congiure, trame contro i propri cari! Non hai idea, cara mamma, di quanto siano stati pessimi, a livello umano, i sovrani di cui tanto blateriamo inutilmente.
Il clown, senza dimenticare il ruolo che ne conviene, fa lo stesso. a3424b9ea5acd5ae877bcf088835dcf0Magari con più leggerezza, magari vicino ai bambini, ma ha lo stesso identico ruolo. Il suo Re è il padrone del circo, e il padrone del circo non fa nulla di diverso dal Re o dalla Regina in persona.

Detto questo, cara mamma, quando il clown va a dormire, magari è triste, spento e stressato, ma può dormire senza il terrore di essere pugnalato alle spalle. Hai mai sentito di un pagliaccio ucciso nella notte da qualcuno che lo volesse far fuori? Nah, quella è prerogativa dei sovrani! “Oh tu Brute fili mi“, ti ricorda qualcosa?

I pagliacci fanno ridere, le regine fanno paura.

Cara mamma, con questo voglio dirti che la mia vita prenderà una piega diversa, e che per fortuna, ho ancora troppo amore per chi sono e per chi non lo saprà mai – o chi, come dici tu, non lo assaporerà più –
Ti lascio con una poesia di Trilussa sulla verità:

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: – Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! –
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
– Prima de falla uscì – dice – bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi…

– M’assoccio volentieri a la proposta
– Disse un Ministro ch’approvò l’idea. –
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. –

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: – Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!

Ti voglio bene mamma.

Ultimi veri romantici: fa da scudo alla fidanzata. Questo l’ISIS non può cancellarlo.

Dal mare arriva l’inferno.
Iniziano a sparare e Matthew James, gallese, ha trent’anni. In Tunisia c’è andato con la sua ragazza, quella che ama. Non ci ha pensato un secondo, è schizzato davanti a lei e le ha urlato di scappare mentre veniva mitragliato. Le ha fatto da scudo umano.
Saera ‘Sas’ Wilson, ventisei anni anni, è la sua fidanzata. E l’ha visto, ha visto il sangue schizzargli fuori quando le pallottole gli sono arrivate al petto, all’anca e alla spalla. Tre proiettili, tre schegge di morte. Ma uno capace di donare la propria vita per salvare quella della persona che ama, uno capace del sacrificio alto e generoso, uno così non è mica uno che si arrende. James sta lottando, è in ospedale, è vivo.
matthew_james_eroe_scampato_strage_sousse_sta_meglio_645
Tegan (6 anni) e Kaden (14 mesi) sono i loro figli, rimasti a casa con i nonni. La madre dei tuoi figli la proteggi. Ed è quasi impossibile immaginare quanto sia stato difficile per lei lasciarlo lì, lasciarlo lì e correre via. Non ti puoi immaginare cosa sia guardare il padre dei tuoi figli caderti davanti e correre, non abbraccialo, dargli le spalle e correre a più non posso. Ma devi, devi pensare ai tuoi figli, a quello che ti ha chiesto lui.

Matthew James lotta con quei proiettili e oggi lottiamo tutti con lui e con chi è rimasto offeso dalla folle voglia di mattanza. Ed è stato semplice ed enorme come amarla alzarsi e separarla dal male. E a chi parla dell’uomo nelle sue mille forme va mostrata questa fotografia, che altro non è che il tutto. Il senso definitivo del rapporto umano. Quello che in fondo rende più grande la vita, di per sé immane. Quello che chi imbracciava quel mitra appieno non capirà mai.

Che gli odiatori non capiranno mai.

Lettera di un’under 14 ai propri allenatori.

Siamo giunti al termine di questo lungo e piacevole campionato.
Volevamo dirti poche parole, ma importanti.
Ci siamo divertiti insieme e ci sono stati momenti bellissimi seguiti magari da alcuni più bui. Ti ringraziamo per il tuo aiuto.
All’inizio ti abbiamo fatto sentire sottovalutato perché avevamo Erica già da prima, e per questo non ci eravamo accorte di quello che potevi farci. Col tempo, ognuno ha legato a suo modo con te, e oltre ad un allenatore sei un amico.10389345_10205659676596820_2800173433620431085_n Ci hai dato tanti consigli e sei stato capace di migliorare delle piccole cose che non riuscivamo proprio a fare. Ti ringraziamo perché ci hai sempre dato tranquillità in momenti un po’ difficili durante le partite, la tranquillità che era indispensabile per continuare, Ti chiediamo solo una cosa ora. In allenamento evita di farci quei cazzo di muri, grazie.
Ti vogliamo bene.
Marta, Patrizia, Francesca P., Martina B, Martina S., Francesca S., Giulia D., Giulia M., Giulia C., Gaia.

Mi è cascato un pezzo di cuore, giuro.
Sono uscite tre lacrime, una dopo l’altra, mentre io ed Erica leggevamo le vostre lettere.
Dopo neanche 6 mesi da secondo allenatore, questa è una di quelle cose che potrò dire di ricordare come una vittoria.
Quindi..
grazie ragazze.

Terzo tempo e minuti di recupero: calcio e rugby a confronto.

Oggi vi introduco un’intervista diversa, una di quelle faceto face come Le Iene, senza Mediaset e senza cravatte. Goffredo Baiardo ( rugbista dell’Arvalia Villa Pamphili) e Matteo Bargelli (libero della Montello Volley ed ex terzino) non si conoscono, ma le loro voci si trovano, oggi, a doversi confrontare sul loro campo: calcio e rugby, due mondi a confronto.

Ciao ragazzi, ben trovati.
Purtroppo per voi non vi farò mai domande del tipo “che cos’è il calcio per voi?” perché non mi va di farvi perdere tempo. Quindi passo direttamente ai fatti.

Perché il calcio e non il rugby e viceversa: cosa ti ha fatto scegliere uno e non l’altro.
Goffredo: Ho iniziato rugby da piccolo, all’età di 9 anni, sotto consiglio di un amico dei miei genitori che, nel vedermi 11025619_10206064999295159_1324626213_oabbastanza grosso fisicamente, li ha convinti a farmi intraprendere questa strada. Poi da allora non ho più smesso, 14 anni di onorata carriera in campo!
M: Io, in primis, ho scelto il rugby per seguire le orme di papà. Quando mi sono rotto una spalla ho cambiato per provare a fare un altro sport.

La polemica sterile che va avanti da anni è quella della differenza culturale tra i due sport: come affrontate questo confronto diretto?

G: La polemica è molto blanda in realtà, ho molti amici che guardano ossessivamente le partite di calcio ma che comunque non disdegnano quelle dell’Italia al 6 Nazioni. O per lo meno, si interessano e la vanno a vedere all’Olimpico quando ci sono (anche conoscendo già il risultato..). Per il resto c’è sempre quel fattore sul fatto del contatto: chi gioca a rugby (parlo sempre per esperienza personale) è più incline a prendere in giro chi definisce il calcio uno sport di contatto.. e anche l’ambiente che si è creato intorno (violenze negli stadi, partite truccate) non ha aiutato a cambiare idea su questo sport che è peggiorato notevolmente negli anni.
M: Non so a cosa ti riferisci.. per differenza culturale la differenza più grande è che nel rugby lo sfogo è diretto, “sul campo”. Nel pallone lo sfogo è spesso limitato alle partite e magari la frustrazione prende il sopravvento.
Come spiegate che in entrambi gli sport abbiamo attraversato la “generazione dei fenomeni” ma in uno abbiamo dominato mentre nell’altro siamo rimasti più o meno allo stesso livello?

G: La cultura del rugby in Italia è arrivata più tardi, la giocavano in pochi e non si sono potuti trovare questi “grandi fenomeni”. Nel calcio è stato diverso, basta pensare al luogo comune che tutti, da piccoli, lo praticano: è semplice e facile da giocare ed è pure divertente (tant’è che quando vai al parco con gli amici si organizzano partite di calcetto, non di rugby.. è più impegnativo). Fondamentalmente questo: uno è stato sempre praticato quando già in altri paesi (Inghilterra, Francia, Nuova Zelanda) era sport nazionale; ora con la nostra generazione è più giocato rispetto a 20 anni fa, la differenza si vedrà tra non molto tempo. Si noterà nella nazionale quando persone che hanno più di 30 anni smetteranno per lasciare spazio a giovani promettenti (e ce ne sono).
M: La generazione di fenomeni, ahimè, nel rugby credo che non ci sia mai stata e questo penso sia un problema di “bacino d’utenza” che nel calcio domina incontrastato.

Terzo tempo a livello professionistico (perché una birra tra amici la si fa sempre a fine partita): perché sì nel rugby e non nel calcio?

G: Il terzo tempo è tradizione nel rugby. Dopotutto le “botte” che uno si da in campo.. restano lì, nel campo da gioco. Questo insegnano le prime volte, quando cominci a giocare, e per questo motivo poi finita la partita ti mandano a mangiare 27886_1391447399116_4226968_ned a bere insieme ai tuoi avversari. Sarebbe bella in ogni sport una “ricreazione” del genere, ti insegna a rispettare ed a conoscere l’avversario dopo la partita, perché altrimenti (per come lo vedo io) va a finire che identifichi l’avversario come un nemico. È questa la nobiltà del rugby: tanto sangue in campo ma fuori siamo tutti amici.
M: Nel calcio la competizione è più accesa, si lotta per essere il più forte di tutti. Nel rugby si è operai della squadra, le “prime donne” sono più rare. Il punto è che vai d’accordo con chi reputi un tuo pari più che un tuo “avversario”.

Eroi ed antieroi: chi, in entrambi gli sport, stimate ed odiate e perché?
G: Eroi nel rugby : Jean de Villiers, capitano del Sudafrica. Grande sportivo e soprattutto onorevole in campo, in quanto ha sempre dimostrato di essere un guerriero in partita, ma anche un disciplinato giocatore. Anti-eroe lo è Karmichael Hunt, neo 3/4 dei Reds che è stato fermato per possesso di cocaina. Non lo sopporto per questo, viene da un passato da giocatore di football australiano e da rugbista a 13. Insomma, un vero sportivo non può cadere in errori del genere. È stupido. Nel calcio non ho eroi o anti-eroi, non lo seguo per niente e non so pregi e difetti di nessuno. Potrei parlare di simpatia o antipatia ma non di altro.
M: Eroi nel calcio direi la nazionale del 2006 per ovvi motivi. In generale per me l’anti-eroe è chiunque pratichi questo sport con la violenza e l’odio verso l’avversario. Nel rugby non conosco tanti eroi ma mio padre è il primo, solo per esserci arrivato. Per l’anti-eroe non saprei scegliere perché non conosco nessuno che potrebbe meritarselo.

Ultima domanda: in un confronto diretto, sommando le vostre prestazioni sportive, chi vincerebbe in una sfida secca?

G: Sicuramente in uno scontro diretto di rugby vincerei io, ma in una partita a calcetto mi farebbe solo buste. Ognuno il suo sport!

M: (risata) ..probabilmente il rugbista per abbandono della squadra avversaria dopo il primo placcaggio.

Un colloquio in Italia (Un racconto satirico) – Alberto Lettieri

Step 1.

“Pronto?”
“Sì pronto, salve, la chiamo da parte dell’azienda TalDeiTali, abbiamo ricevuto la sua proposta lavorativa, e vorrei testare la sua capacità linguistica”
“..oh, sì, ok, quando devo venire?”
“Forse non mi sono spiegata bene, probabilmente non prende bene il suo cellulare: vorrei testare la sua conoscenza dell’inglese ora”
“Ora?”
“..ok, prego”

Step 2.

“Un colloquio?”
“Non proprio, è più una selezione, sai, devo dimostrare che una volta che ho parlato con un’assistente di un azienda interinale in inglese, rispondendo correttamente alle domande che mi ha fatto, non abbia improvvisamente dimenticato satiric-illustrations-john-holcroft-10tutto”
“E come funziona?”
“Ma niente, dovrebbero essere i soliti test linguistici da scuola superiore”
“Vabeh dai, meglio di niente.. in bocca al lupo!”
“Crepi!”

Step 3.

Insomma hai superato il test d’inglese! Uao! Grandissimo!”
“Sì sono abbastanza eccitato..”
“E ora?”
“Ora cosa?”
“Quando inizi a lavora’?”
“Non ancora: ho un colloquio con l’agenzia CaioSempronio per una selezione ulteriore..”
“Un’altra?”
“Sì, sembra che sia più specifica, test logico-mnemonici.. se ne occupano loro perchè la TalDeiTali non può occuparsi di tutti i candidati”
“Mnemoche?”
“Sulla memoria visiva, insomma”
“Ah ok! Beh.. allora ancora in bocca al lupo!!
“..crepi, ancora!”

Step 4.

“Sì! E anche questo è andato!”
“Che succede tesoro?”
“Mamma, ho passato la terza prova per il posto di lavoro per cui mi ero candidato..”
“Evviva! Ti hanno detto quando inizi?”
“No.. non inizio”
“..ma l’hai superato”
“Sì ma devo passare un altro test dopo 4 settimane di corso, dicono che è obbligatorio.. e alla fine di questo corso ci sarà un esame di stato che mi garantisce di poter lavorare. Poi dopo, una volta passato, c’è un test fisico da superare, e poi..”

Step. 79.

Dopo appena 78 selezioni, il candidato verrà effettuata una selezione dal CERN di Ginevra su quanti candidati saranno capaci di creare una piccola supernova artificiale. Subito dopo la NASA si occuperà di altri test per il superamento della barriera di resistenza fisica del candidato.

Step 474.

“Mamma..”
“Amore mio, come stai?”
“Mi hanno preso..”
“Cosa?”
“Mi hanno preso a lavorare, ho passato l’ultimo test!”
“Oddio davvero?! Finalmente! Quando e dove?”
“Alla tabaccheria sotto casa, come aiuto-commesso. Non mi pagano ancora.. ma spero che un giorno lo faranno!