Amore

Dov’è la rivoluzione?

“E non mi frega un cazzo delle tue paure
ho già le mie che urlano più forte”

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Una volta mia madre mi raccontava di una razza in via di estinzione, capace di lottare ogni giorno prima contro loro stessi e poi contro le intemperie: i romantici. Titanici, folli e probabilmente inutili, calcavano la mano quando ci si trovava ad avere a che fare con lo splendore dell’affettività, dell’emozione e della testimonianza fisica dell’appartenenza a qualcosa di enormemente più grande – non avvicinandoci minimamente alla teologia -.
Lo devo ammettere: ho un debole per le cose straordinarie, e se la mia vita non lo è, preferisco passare le ore a guardare ed ammirare – o raccontare le gesta – di qualcuno che lo è.
Ma sono giorni, mesi, o anni, probabilmente, che continuo a chiedermi: ma la rivoluzione dov’è?
Dov’è il cambiamento dell’uomo comune? Dov’è lo scatto di anzianità emozionale che porta a fidarci l’uno dell’altro?
Quello che mi raccontava mia madre aveva a che fare più con la lealtà, e probabilmente parlo – in maniera del tutto silenziosa – anche di questo.
Ma dov’è che, tecnicamente ci siamo rivoluzionati?
È amore il nascondere la realtà agli altri? È rivoluzione dare peso ad un like su Instagram ed53c37ec8fa6b7010f274365aa5e22bd non alle notti passate sotto le stelle in montagna?
È romantico vivere in due luoghi contemporaneamente, non curandosi dell’altro?

Cosa stiamo rivoluzionando, in realtà?

Il nostro modo di comunicare è sterile, regaliamo l’immagine della nostra esistenza come essere umano multietnico, polisportivo, onnisciente ed acculturato.
E poi?
Poi cosa resta?

Quindi vi chiedo, ancora una volta.. dov’è la rivoluzione? Cosa significa rivoluzione?
Significa regalare spazio a chi non ne merita, e perdersi nella povertà dello spirito?

Io non voglio essere la vostra rivoluzione.
Io voglio essere la mia.

“Cosa mi vorresti fare
più delle cose che mi hai fatto già
mi lasci il tempo di morire?
E la mia notte ricomincerà”

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Ultimi veri romantici: fa da scudo alla fidanzata. Questo l’ISIS non può cancellarlo.

Dal mare arriva l’inferno.
Iniziano a sparare e Matthew James, gallese, ha trent’anni. In Tunisia c’è andato con la sua ragazza, quella che ama. Non ci ha pensato un secondo, è schizzato davanti a lei e le ha urlato di scappare mentre veniva mitragliato. Le ha fatto da scudo umano.
Saera ‘Sas’ Wilson, ventisei anni anni, è la sua fidanzata. E l’ha visto, ha visto il sangue schizzargli fuori quando le pallottole gli sono arrivate al petto, all’anca e alla spalla. Tre proiettili, tre schegge di morte. Ma uno capace di donare la propria vita per salvare quella della persona che ama, uno capace del sacrificio alto e generoso, uno così non è mica uno che si arrende. James sta lottando, è in ospedale, è vivo.
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Tegan (6 anni) e Kaden (14 mesi) sono i loro figli, rimasti a casa con i nonni. La madre dei tuoi figli la proteggi. Ed è quasi impossibile immaginare quanto sia stato difficile per lei lasciarlo lì, lasciarlo lì e correre via. Non ti puoi immaginare cosa sia guardare il padre dei tuoi figli caderti davanti e correre, non abbraccialo, dargli le spalle e correre a più non posso. Ma devi, devi pensare ai tuoi figli, a quello che ti ha chiesto lui.

Matthew James lotta con quei proiettili e oggi lottiamo tutti con lui e con chi è rimasto offeso dalla folle voglia di mattanza. Ed è stato semplice ed enorme come amarla alzarsi e separarla dal male. E a chi parla dell’uomo nelle sue mille forme va mostrata questa fotografia, che altro non è che il tutto. Il senso definitivo del rapporto umano. Quello che in fondo rende più grande la vita, di per sé immane. Quello che chi imbracciava quel mitra appieno non capirà mai.

Che gli odiatori non capiranno mai.