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Special Olympics 2016: Argento e Oro per il “Centro Anch’io” di Roma

Come già avvenuto nell’edizione precedente, Special Olympics Italia propone, anche per quest’anno, un lungo appuntamento con lo sport che, costituito da 18 eventi programmati in diversi week-end, è iniziato lo scorso aprile e durerà fino al prossimo settembre.13179262_10156803938925562_6720633255972637443_n
Dal 13 al 15 Maggio è stata la volta della pallavolo, dove per la prima volta nella sua storia, il Centro Anch’io  di Roma si è presentato alle Special senza pretese né ambizioni.
Dopo un percorso durato ben due anni, il team di allenamento guidato da Angela Izzo, e gli operatori Leda Maria Montoni, Andrea Mazzini e Lionel Momo si è rivelato un costitutivo concreto e ben definito, che ha portato la squadra di Roma fino alla finale a Vizzolo Predabissi (Milano) persa 15-12 al tie-break.
Un risultato storico per il centro socio-educativo-riabilitativo di Roma, che ha saputo distinguersi come esordiente in un mondo mai assaporato prima.
Per le  categorie individuali, invece, Oro per Jacopo Buccellato, che si è saputo distinguere come migliore tra i ragazzi partecipanti, portando così a casa una medaglia che vale il reale significato delle Special Olympics.
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Una delle operatrici, alla fine di questo strepitoso risultato, ha inviato una lettera sottoforma di post su Facebook che sta commuovendo l’intero staff pallavolistico delle Special, sorpreso e trascinato dall’euforia congenita della squadra romana.

Ne riportiamo un estratto qui di seguito:

“[…] “Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze”.
Il motto delle Special, una frase semplice ma forte …. E voi cari miei l’avete colta in pieno. Ci avete messo tutto il vostro entusiasmo e siamo arrivati secondi al nostro esordio. Per me questo è un argento con sfumature di oro viola blu bianco e tutti i colori che ci vogliamo mettere in mezzo. […]
Ho imparato a conoscervi meglio e ho scoperto con voi un modo nuovo semplice e puro di giocare a pallavolo.
Sono tornata a casa piangendo tre giorni di emozione perché non lo sapete ancora ma il mio cuore è pieno di voi. Siete i pezzi di un puzzle che insieme diventa amore.
Oggi so come posso lavorare per farvi diventare ancora più bravi e credo che anche voi da oggi lavorerete in modo più concentrato.

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Ragazzi miei… devo dirvi una cosa… GRAZIE!
E adesso basta dolcezze che poi ve ne approfittate. Si ritorna in campo con gli skip, la corsa, gli addominali etc, pronti per le prossime sfide.

FORZA CENTRO ANCH’IO !!!!

La vostra nuova compagna di squadra,
Leda”

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Lettera di un’under 14 ai propri allenatori.

Siamo giunti al termine di questo lungo e piacevole campionato.
Volevamo dirti poche parole, ma importanti.
Ci siamo divertiti insieme e ci sono stati momenti bellissimi seguiti magari da alcuni più bui. Ti ringraziamo per il tuo aiuto.
All’inizio ti abbiamo fatto sentire sottovalutato perché avevamo Erica già da prima, e per questo non ci eravamo accorte di quello che potevi farci. Col tempo, ognuno ha legato a suo modo con te, e oltre ad un allenatore sei un amico.10389345_10205659676596820_2800173433620431085_n Ci hai dato tanti consigli e sei stato capace di migliorare delle piccole cose che non riuscivamo proprio a fare. Ti ringraziamo perché ci hai sempre dato tranquillità in momenti un po’ difficili durante le partite, la tranquillità che era indispensabile per continuare, Ti chiediamo solo una cosa ora. In allenamento evita di farci quei cazzo di muri, grazie.
Ti vogliamo bene.
Marta, Patrizia, Francesca P., Martina B, Martina S., Francesca S., Giulia D., Giulia M., Giulia C., Gaia.

Mi è cascato un pezzo di cuore, giuro.
Sono uscite tre lacrime, una dopo l’altra, mentre io ed Erica leggevamo le vostre lettere.
Dopo neanche 6 mesi da secondo allenatore, questa è una di quelle cose che potrò dire di ricordare come una vittoria.
Quindi..
grazie ragazze.

Vincere perdendo: pallavolo ad orologeria.

Mi sto guardando le scarpe da pallavolo e mi sto chiedendo: che cazzo è appena successo?

In quasi 12 anni di pallavolo mi sono capitate davvero tante, tantissime cose: ho vinto dove non pensavo di vincere, ho perso dove non pensavo di perdere, ho conosciuto centinaia di persone che hanno gettato lo stesso sangue che mi porto dentro ogni volta che entro in palestra, lì, su quel pavimento, segnato ai tre metri. Alla fine di quel rettangolo ho incontrato infortuni, sfide, incomprensioni, complotti, favoritismi, prese di posizione, e tante tante altre cose che in un mondo dove il conflitto è all’ordine del giorno, sono il primo piatto di un menu fisso. Ho abbattuto muri incontrastabili, ho avuto allenatori formidabili (Lorella Rocca, Erica Proietti, Luca De Gregorio ed Eros Mattioli sono stati i più a farne le spese, perchè avermi in squadra dev’essere una rottura di quelle epocali..) e risolto problemi con altri allenatori che non ho capito, o che non hanno fatto lo stesso con me. Ho lasciato almeno 30 dei miei 100 Kg sui campi da gioco, ho combattuto guerre con me stesso che non ho mai vinto, ma mi hanno reso più forte, mentre altre mi hanno spezzato in due.tumblr_n3eyulol6Z1sqq0yxo1_500

Ma mai, mai nella mia vita mi era successo di “vincere perdendo”, uno scontro diretto con una persona così arrogante e vittima delle sue convinzioni, capace per ben due volte di mettermi alla porta di una squadra che mi ha preso come un figlio abbandonato e ha ricreato dentro di me la speranza di trovare un gruppo che andasse oltre l’appartenenza ad una società. Una persona mediocre, succube delle statistiche (“Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media” cit. Charles Bukowski) e delle convinzioni che si porta dietro da anni e anni di stagioni anonime e prive di significato con altrettante squadre impoverite dalla sua ottusità.

Ogni volta che si finisce un anno si tirano le somme, e io lo sto facendo a tre giornate dalla fine: una contrattura alla spalla, una sciatica infiammata, pitiriasi rosea di Gibert dovuta a stress, un campionato anonimo (5° se non 6° posto su 10), 4 partite giocate da titolare, nessuna crescita fisica, nessuna crescita psicologica, sconfitte brucianti 3-0 che ci siamo dovuti caricare sulle spalle colpevolizzati dai suoi “È colpa vostra che non vi state allenando bene” o “Qui non siamo al dopolavoro ferroviario”, preparazioni atletiche a metà anno che non hanno nè capo nè coda se non quello di farci fare male, spiegazioni machiavelliche di esercizi incomprensibili e frustranti, e trasferte allucinanti per farci prendere per il culo da chiunque, in questo campionato.

Quello che voglio dirti ora, caro mister, è grazie: grazie di avermi fatto capire che peggio di così non può andare.
Ti sei meritato ogni singolo ‘vaffanculo‘ che avevo risparmiato dal vivo a decine di altre persone, da giocatori ad allenatori, da genitori ad amici, da fidanzate a superiori.

Rimani tu, con le tue convinzioni. Il resto lo fa la tua statistica. I tuoi scout.

«Il guaio della matematica è che tu credi di sapere dove vuoi arrivare: però non solo alla fine non sai dove sei arrivato, ma non sei più nemmeno sicuro da dove eri partito.» dotmaudot

Pallavolo: 10 stadi che un palleggiatore deve attraversare.

Oggi parlo al pubblico di nicchia che fa parte del fantastico mondo della pallavolo.
Nonostante io sia completamente con Velasco per quanto riguarda la teoria degli alibi (“Voglio attaccanti che attaccano bene, palloni alzati male, così quelli alzati bene li attaccano benissimo”), ho stilato 10 stadi che ogni palleggiatore deve attraversare durante la sua crescita/carriera/sopravvivenza.lupi_pallavolo_falaschi_marco
Spero possa esservi utile.

Stadio 1. SOPRAVVIVERE.
Entri in campo, impari i movimenti, le posizioni, con quale piede devi fare i movimenti giusti, alzare la palla il più possibile nel modo più comodo, evitare di dimenticarti che il secondo tocco è sempre il tuo, qualsiasi cosa accada.

Stadio 2. IMPARARE A PALLEGGIARE.
Questo stadio implica ovviamente le piccole regole su come evitare la ‘doppia’, ovvero l’entrata o uscita errata del pallone dalle mani ed annesso fallo, e riuscire a girarsi bene nella posizione corretta per alzare un pallone in bagher. Inoltre, cominciare a correre, perchè prima arrivi sotto al pallone, più sei preciso.

Stadio 3. IMPARARE AD ALZARE TUTTI I TIPI DI PALLONI.
Il tuo primo martello vuole una palla tesa che neanche Marshall riuscirebbe ad attaccare? imparala.
Il tuo secondo martello vuole una palla che tocca Marte e ritorna giù? Imparala.
Il tuo centrale vuole la palla dalla parte avversaria del campo? Imparala.
Il tuo opposto vuole solo palle impossibili? Impara ad alzare male.

Stadio 4. RICORDARSI GLI SCHEMI.
Della serie, se chiami un incrocio, una tre, una quick, una su e giù, una sette o una fast.. ricordati di averle chiamate. Se non vuoi vedere scontri tra i tuoi attaccanti.

Stadio 5. GUARDARE IL MURO.
Guardare bene e osservare la squadra avversaria: se il palleggiatore avversario è alto 1.30 e salta due fogli di carta, alza all’attaccante 100 palloni su 100. Se il centrale avversario è un orco di 200 Kg, spara veloce la palla alle bande.

Stadio 6. NASCONDERE IL PALLEGGIO.
Cambia idea all’ultimo secondo.
Non c’è cosa più appagante che vedere e sentire il muro avversario urlare “no, merda..” quando riesci a fregarli.

Stadio 7. ACCETTARE IL FATTO CHE TUTTO QUESTO È SOLO LA BASE.
Il settimo stadio è la consapevolezza che questi step non sono altro che la base per definirsi palleggiatori. Ora viene il difficile.

Paweł_Zagumny_2006-2007_3Stadio 8. DOPO AVERLO ACCETTATO, CREARE. IMMAGINARE. DIPINGERE. COSTRUIRE.
Lascia andare la tua intuizione, libera le mani dagli schemi utilizzandoli contemporaneamente sia fuori posizione che nella palla più scontata. Per poter essere unici nel proprio genere, nella propria idealità dell’essere palleggiatore.

Stadio 9. QUALSIASI COSA ACCADA, SARA’ SEMPRE COLPA TUA.
Hai appena alzato una palla perfetta e l’attaccante la spreca? È colpa tua.
Chiami uno schema e il tuo attaccante non lo vede? È colpa tua.
Il tuo attaccante prende un chiodo sapendo di poter comunque fare un pallonetto e fregare tutti? È colpa tua.
Non c’è soluzione. Sei il cervello e l’estensione di tutti nella squadra.

Stadio 10. RESPONSABILITA’.
Sei tu la testa, il corpo, l’idea, il concetto, il sangue della squadra.
Una volta capito questo, sai anche che non devi mai perdere il controllo.
Se lo perdi tu, è finita.
Quindi respira, guarda il tuo ricettore, fagli capire che ti fidi di lui.
E raccogli il premio più grande: l’urlo dei tuoi attaccanti dopo aver fatto punto.